Incontro per progettare e promuovere la conoscenza del territorio del Comune di Erto e Casso

Il progetto dell’Ecomuseo è di mettere in pratica quanto previsto dall’atto costitutivo, ossia di promuovere la conoscenza del territorio in tutti i suoi aspetti (culturale, sociale, storico, economico) andando oltre il coronamento della diga. Alcuni gestori di attività ricettive e commerciali hanno evidenziato il fatto che gli ospiti che soggiornano in paese una o più notti chiedono spesso di poter vivere delle esperienze alternative alla visita guidata alla diga. L’idea che più sta a cuore a tutti è quella di mettere in evidenza le piccole particolarità, che siano o meno legate alla tragedia, che generalmente le persone non possono notare senza la guida di una persona che conosca bene il territorio ed allo stesso tempo creare dei percorsi che siano fruibili liberamente da tutti, ma facendo in modo che siano chiaramente comprensibili i luoghi che vi si incontrano. Proponiamo pertanto un incontro venerdì 24 gennaio 2020 alle ore 21.00 presso la sala consiliare del comune per confrontare le idee e le proposte di ciascuno e poter così iniziare a definire alcuni percorsi da poter proporre.

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Le Theròseghe tornano a Erto

Dal 27 dicembre 2019 al 31 gennaio 2020 il paese friulano ormai conosciuto anche per l’invasione invernale delle enigmatiche streghe-befane, diventerà il luogo incantato dove incontrare le Theròseghe, nascoste negli angoli più impensabili e pronte a stupire con i loro costumi e le loro fogge dai mille colori. Attenzione come sempre a non farle arrabbiare, sono pronte a saltare sulle loro scope di saggina e scagliare imprecazioni e pezzi di carbone sulla testa dei malcapitati. Sono un po’ antipatiche, ma nelle giornate buone potrebbero anche lasciarsi fotografare, quindi venite al più presto a Erto, prima che scappino o che abbiano la luna troppo di traverso! Potrete inviare gli scatti delle Theròseghe alla pagina Facebook dell’Ecomuseo Vajont (www.facebook.com/ecomuseovajont), anche i social saranno invasi da sorrisi ghignanti e capelli mossi dal vento! Quest’anno anche i più piccoli potranno incontrare le strane creature che popolano fiabe e leggende stregate: il 5 gennaio alle 17.00 la biblioteca civica di Erto ospita una serata di lettura per i bambini e genitori intrisa di storie fatate, misteriose ma anche ammantate della magia delle feste e del luccichìo dei fiocchi di neve, tra le quali non mancheranno i racconti dedicati alle Theròseghe. Chissà che ascoltandoli non diventino finalmente un po’ più buone! Venite a scoprirlo a Erto durante queste festività, vi aspettiamo assieme alle tremende Theròseghe!

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Gli spiriti custodi del Simposio di Erto

Il Simposio di scultura di Erto e Casso quest’anno sprigiona tutta l’energia del legno e dell’arte per ravvivare l’appello alla continuità di vita dopo la catastrofe del Vajont e per lanciare un messaggio di positività di fronte ai danni lasciati anche nella vallata ertana dal passaggio di Vaia l’ottobre scorso. Il Simposio si svolge l’11, 12 e 13 ottobre 2019, tre giorni in cui il lavoro degli artisti sarà dedicato ai piòvec, figure che incanalano la forza del gesto artistico e dei tronchi recuperati dopo la tempesta, protagonisti assieme agli scultori dell’ormai immancabile incontro fra arte, cultura e musica nel borgo friulano.  Il tredicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont in collaborazione con il Comune e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – prende il via l’11, 12 e 13 ottobre 2019, dopo le doverose commemorazioni della sciagura del 9 ottobre 1963. Quest’anno ricorre un altro anniversario, il passaggio di Vaia, la devastante bufera che nell’ottobre del 2018 ha distrutto e sconvolto numerosi boschi, valli e paesi del Nordest. Anche la Val Zemola e il paese di Erto sono stati colpiti e l’edizione numero tredici del Simposio vuole ripartire proprio dai luoghi danneggiati per lanciare un invito alla resilienza di spazi e persone. A simbolo di questo pensiero benaugurante quest’anno sono posti i piòvec, personaggi mistici intagliati nel legno, ispirati ai concetti di totem e di genius loci, che richiamano nel nome un’antica interiezione ertana usata nelle emergenze: per affrontare un incendio, una frana o i pesanti cumuli di neve che intasavano le strade, le campane del paese un tempo “suonavano a piòvec” per radunare la popolazione a fronteggiare i disastri. I nostri piòvec vogliono essere campanelle metaforiche che raccolgono intorno a sé, oggi, la capacità di resistere e custodire. Il compito di realizzare nuovi piòvec viene affidato ai quattordici scultori Mario Boccolini, Italo De Gol, Damiano Di Tullio, Mauro Ferrari, Matteo Gandini, Sisto Lombardo, Giar Lunghi, Mariella Martinelli, Lorenzo Montagni, Marco Motetta Anselmo, Fabio Natale, Luka Radojević, Andrea Rimondo ed Enver Rovere – che per tre giorni lavoreranno in via 9 ottobre 1963 proprio i tronchi di abete sradicati dalla tormenta, che prenderanno così una nuova linfa e una nuova direzione. L’inizio è previsto per la mattina di venerdì 11 ottobre, gli scalpelli riecheggeranno fino a sera ma il Simposio non si ferma: venerdì alle 20.30 si tiene anche UnErto inCanto, la maratona di lettura che quest’anno è dedicata a “totem, spiriti custodi e maestri tra le righe”, un tema legato all’idea centrale del Simposio, il quale chiede ai lettori che vogliano partecipare di trovare la propria guida personale fra le pagine dei libri e di condividerla con gli altri. Il sito scelto per la maratona è la Sala Consiliare del Comune di Erto, scelto come emblema di resistenza, dal momento che Vaia ha totalmente divelto il tetto della sede municipale al suo passaggio. Sabato 12 ottobre è la volta della serata culturale, alle 20.30 presso il Centro Visite del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, che vede la presenza del musicista Stefano Principini e il suo “Percorso ancestrale dello scultore delle note”, un intervento musicale con strumenti della tradizione antica e medievale, pervaso di spiritualità e ricco di fascino contemplativo. Domenica 13 ottobre il Simposio si avvia alla conclusione e la via 9 ottobre ospiterà, assieme agli artisti, anche la Fiera d’autunno, rassegna dei prodotti autunnali promossa dall’associazione Insieme par Cas, all’interno della quale non mancherà la buona musica di Geni. Alle 16.00, come è ormai consuetudine, gli artisti presenteranno i loro piòvec al pubblico, prima di lasciarli in dono a Erto: le opere saranno poste lungo la via 9 ottobre in segno di buon auspicio e speranza. I piovèc, spiriti custodi che osservano gli uomini e vegliano silenziosi su case e foreste.

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Riflessioni sui dialetti

I dialetti dell’Italia si caratterizzano come sistemi linguistici autonomi che si contrappongono alla lingua ufficiale, comprensibile a livello nazionale grazie al fatto di essere stata istituzionalizzata e regolata. Un procedimento, questo, che nel caso italiano è stato applicato a ciò che in precedenza era esso stesso un dialetto, il fiorentino toscano. In Italia esistono numerosissimi dialetti parlati in porzioni ristrette di territorio e soltanto in esse: è quanto accade anche per il dialetto di Erto, l’ertano. Il dialetto forse non soffre il fatto che le sue regole – trattandosi di sistemi linguistici veri e propri anche i dialetti possiedono strutture fonologiche, sintattiche e lessicali – non siano messe per iscritto come è avvenuto invece per l’italiano standard. I dialetti, infatti, sono diversi dall’italiano anche per la loro forza eversiva, viva e mutevole che non sempre può essere contenuta nelle formule fissate dalla grammatica. Lo vediamo nel caso dell’ertano: esso è tanto più vitale e in qualche modo reale quanto più viene parlato dalle persone che se ne servono quotidianamente, spesso “italianizzando” alcune parole dialettali o viceversa ricreando in dialetto alcuni termini italiani, senza che vi sia una regola descritta in termini categorici o, almeno, senza che essa sia stata studiata e identificata appunto come regola. La particolarità dei dialetti risiede poi nel fatto che esistono dei vocaboli intraducibili in italiano, applicabili e riconoscibili solo all’interno della comunità linguistica di cui fanno parte: la “theròsega” – che l’Ecomuseo Vajont da alcuni anni celebra tra la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo – si riferisce alla protagonista di un racconto ertano ambientato nel periodo delle feste natalizie ma la sua traduzione non è propriamente né “Befana” (personaggio riconosciuto in tutto il territorio nazionale) né “strega” (un modo più generico e negativo di caratterizzare una vecchia signora che vola su una scopa come la Befana). Oggi si assiste ad una positiva rivalutazione dei dialetti, in passato giudicati in modo sfavorevole come segno di condizione sociale bassa e poco scolarizzata. Al contrario la tendenza odierna è quella di considerare i dialetti portatori della storia e della cultura di una determinata comunità, di cui rappresentano una risorsa linguistica preziosa proprio perché alternativa alla lingua ufficiale delle istituzioni, anche di quelle scolastiche. I dialetti devono essere conservati e protetti come patrimonio linguistico, ma più che attraverso l’analisi e lo studio astratti, questo va fatto continuando a utilizzare i dialetti nei contesi abituali di tutti i giorni, trasmettendoli e veicolandoli all’interno delle comunità dove di essi si fa un uso concreto, imparando filastrocche, canzoni, poesie, racconti dove la parlata locale si è espressa anche nella forma scritta. La complessità dei dialetti permette alle comunità linguistiche in cui sono nati di essere salvaguardati e valorizzati seguendo la loro natura peculiare e originale, lasciandola libera dagli appianamenti e dalle rigidità che le regole grammaticali spesso necessariamente impongono ai sistemi linguistici.

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Duecento e non sentirli!

Anche l’Ecomuseo Vajont partecipa ai festeggiamenti di un compleanno speciale, i duecento anni de “L’infinito” di Leopardi. Per questa occasione abbiamo chiesto la traduzione in clautano, cimoliano ed ertano del celebre capolavoro. Un modo per unire i nostri dialetti, e quindi il nostro modo di sentire e di vedere il mondo, alla celebre poesia che in tutti questi “infiniti” anni non ha smesso di parlarci. #200infinito

Per i 200 anni dell’Infinito di Leopardi la bibliotecaria di Erto, nonché mia zia, Fulvia ha chiesto e raccolto da diverse persone delle trasposizioni e reinterpretazioni in vari dialetti. Forse per sottolineare ancora una volta in più l’Universalità trasversale di versi che prendono molte direzioni a seconda del momento in cui si leggono, di cosa si è vissuto e del periodo di vita che si sta attraversando.
All’inizio ero titubante. Non mi veniva nulla e ho lasciato perdere. Confrontarmi poi con una sacralità di poema tale, mi dava idea di sminuirlo o di prenderlo in giro.
È successo tutt’altro. Una mattina, scompensandomi l’animo, ho capito tutta la grandezza di quest’uomo.
Nell’Infinito di Leopardi ho trovato legati assieme in uno splendido flusso tutti e cinque gli elementi naturali. La terra di quel colle, l’etere di quegli spazi infiniti sia fuori che dentro, l’aria nel vento delle piante scosse, l’acqua di un mare profondo quanto incerto, e il fuoco : il fervore, l’immaginazione e la forza creativa che Leopardi ci ha messo nello scrivere i suoi versi.
Questa è una reinterpretazione personale, in dialetto ertano.
Dove fa da sfondo una malattia;
dove il mare è la vita;
dove un arbusto, come fosse il nostro corpo, può nascondere una spiritualità (il lontano, l’etere) che si ritrova in una meditazione.
E il fuoco è resilienza.
Ho inoltre ripreso la parola ertana sèint  intesa nel suo duplice significato di sento ma anche di Santo, entrambe le espressioni portano a qualcosa di personale e solenne.

G’è  sèimpre tegnù a chél còl belsolìn,

e chél bèrs girè vèrs al lontàn

c’al me piàta i ùage.

Ma próf a scoltè e a vèighe in stés un póst pi lontàn, iò de là.

Sèint c’al tès in te la pi fónda pès

e propri ovì in t’al me scè, al chèur spaventè al me dis gé sui.

E àign al vèint

al sèint in té chiste frasse, al sèint sèintha fin e al me pèr sta èus:

al me riva dut in te ‘na volta

co la mòrt de ugne momèint, e chést al vif in t’al rumèur. Cossì lontàn

i me pensìars i se arnìagia

e iua, àign se me pèrth, rést ochì contèint in té chést mèr.

L’infinito Giacomo Leopardi Marianna Corona – Erto e Casso

Théntha fin

I ai sémpre volù bègn

a chèst còl belsolin lassù

e ala spessina

ch’à la me tègn lontan

dal rèst  del mónt.

E quan che me sènt

e puó vedé

pras, ciamps,

lócs despérdus

e d’intòrn citin…citin.

Me sèr

tai mó pensérs

e asquase ai póra.

Dut chèl citin

lo sént parlame

fra miéth i rams:

a me par

da nó podé murì

da godé ugni stagión

e la só ós

la me businéa

par tegnime vif.

E duc’ i mó pensérs

i se arniégia

tal vuóit

che toc’ e sént

d’intòrn.

E gòt…e gòt

de duta sta belétha

ch’à la me confonth.

L’infinito Giacomo Leopardi Bianca Borsatti – Claut

Thénta fin

Al me à sémpre stat t’al cóur sta riva, sémpre béla sóla

e chèst bàrs, che

al s’ciùpa bitànt al soréi quan che al va dó.

Ma sentàndome e vardàndo,

de là de chèl póst thénta tèrmens, e un sóura uman

silénthio e tanta pès

apuósta ió dión t’al me penséir; dolà che par poc

al me cóur al ciàpa póura. E come al vént

sént ta chiste piante, chèl

silénthio thénta fin che a chèsta vóus

vói mète insieme:  e a me végn in mént l’eternitè

le stagións morte, e chèsta qui,

viva e al suón de liéi. Cossì ta chèsta

grandètha a se arniégia al me penséir:

e al arnigème ta chèst mar par me al’ è dólth.

L’ infinito   Giacomo Leopardi Rita Bressa –  Cimolais

Sèintha fin

G’è sèimpre tegnù a chést còl

belsolìn

e la so thìasa che nó la me fè vèighe

fin laiò in thima.

Ma có me sèint ochì a vardhè

póst sèintha fin, de là imaginéi

al pì grant silénthio e la pès.

E par poc  nól me manscia al chèur.

E co sèint al vèint pasè in mìath a chist èrboi

la so èus  la me fè pensè a l’infinito

silénthio.

E pèins a l’eternitè, ai tèimp pasès e

l’adés e la so èus.

E in té chést grant al se arnìagia

al me pensìar

e l’é dólth par me lasème dhì in te

chést mèr.

L’infinito Giacomo Leopardi Beatrice Sartor – Erto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’arte, il legame che unisce memoria e continuità

L’arte in tutte le sue forme è la struttura portante dell’Ecomuseo Vajont: a partire dalla scultura, celebrata da molti talentuosi artisti durante il Simposio di ottobre, passando per la letteratura raccontata attraverso gli alberi della mostra “Le voci del bosco”, fino ad arrivare alla creazione di magiche figure, con le buffe Theròseghe che invadono Erto durante le feste di Natale. Senza dimenticare l’artigianato, un’altra espressione artistica e manuale di cui mostra il ricordo l’allestimento “Partire, partirò, partir bisogna” dedicato al mercato ambulante. Anche la musica e la pittura hanno fatto incursione nelle numerose attività dell’Ecomuseo, come il concert de dessin “E tornerem a baita” e il Simposio di pittura proposto durante il Simposio del 2017. L’arte è una manifestazione umana che guarda al passato e al futuro, custodisce e indica nuove vie, si trasforma e si mantiene nell’innovazione e nella tradizione, entrambe protette dalle comunità in cui nascono e si sviluppano. Protette da chi desidera preservare pezzi della propria storia senza però dimenticare quanta ricchezza ci possa ancora stupire grazie alle idee e alla linfa rinnovata dell’arte. Oggi per Erto è una giornata speciale, il passato si ripresenta nell’attualità di un rito che viene messo in scena da tempi remoti: i “Cagnudèi”, la rappresentazione della morte di Gesù fatta dagli ertani combinando le arti della recitazione, della creazione di costumi, della scenografia. Una mescolanza particolare che si può ammirare già durante il Mercoledì delle Ceneri, dedicato a “Tirè al Scopetón”, un’usanza durante la quale gli abitanti, vestiti ancora in modo carnevalesco, portano in giro per le strade del paese un’aringa fingendo un’enorme fatica, atto che simboleggia le ristrettezze che giungono dopo ogni festa. Durante la rappresentazione del Venerdì Santo si assiste ad una fusione di abilità, passione, profondità che offrono la misura di quanto l’arte, anche in questo suggestivo spettacolo, faccia da sostegno, donando profili, colori, voci a tutto ciò cui la comunità crede e ritiene importante. Valori sorti nel passato della comunità ertana che vengono protetti, ma anche attualizzati, dal fare umano, che agisce tra memoria e continuità.

 

 

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L’emigrazione storica di Erto e di Casso

Sabato 9 marzo 2019 presso il Centro Visite di Erto e Casso (PN) si è svolto un incontro emozionante e ricco di storia per la gente del borgo friulano. Il dottor Javier P. Grossutti ha presentato al pubblico il libro “L’emigrazione nel Friuli Occidentale”, uno studio sull’espatrio friulano che ha toccato anche il passato di Erto e Casso, parlando del commercio ambulante ertano e dell’emigrazione di Casso verso il Brasile. Il volume rappresenta anche una guida alla sezione “Lavoro ed emigrazione” del museo di Cavasso Nuovo (PN). I venditori girovaghi, in tempi ormai lontani, hanno sostenuto l’economia delle loro famiglie e della comunità di Erto con i loro continui viaggi verso la pianura veneta e friulana. Partivano in primavera e in autunno, a piedi col carretto o in bicicletta, ed erano soprattutto le donne a sobbarcarsi il peso della cassettiera di legno, dove riponevano ordinatamente i loro prodotti, semplici ma utili: aghi e filo, pettini e saponette, biancheria, spille e collanine, lamette e merletti. In inverno invece gli uomini fabbricavano la roba biànscia, utensili ricavati ognuno dall’albero adatto, che finivano anch’essi nel carico delle ambulanti nella stagione successiva. Durante la presentazione del libro scorrevano le immagini d’epoca delle donne di Erto pronte a incamminarsi, con lo sguardo fiero e allo stesso tempo fiducioso, gli abiti pesanti con l’immancabile fazzoletto, talvolta accompagnate dai loro bambini. Per un attimo ci si è potuti immaginare la vita avventurosa e difficile di queste venditrici erranti. Soprattutto nel momento in cui, sul finire della presentazione, sono state lette le testimonianze dirette di tre ertane che hanno vissuto la gioventù vagabondando con le loro merci e la loro gentilezza, ricambiata dalle famiglie cui chiedevano ospitalità. Non meno toccante è stato ascoltare la voce vivida di un emigrato cassano in Brasile, incontrato e registrato dall’autore durante un viaggio di studio, che racconta l’altra faccia della medaglia dei viaggi in cerca di fortuna, la violenza, gli scontri e la non sempre pacifica convivenza fra autoctoni e persone giunte dall’altro capo del mondo. Lettura, voce e immagini hanno impreziosito la presentazione del volume di Grossutti: a conclusione è stato proiettato un video che mostra un signore ertano intento nella realizzazione del tamèis, il setaccio, un altro manufatto messo in vendita dagli ambulanti. Tamèis e molti altri oggetti rimasti chiusi nelle cassettiere dal tempo in cui il commercio itinerante svanì del tutto, sono oggi custoditi nella sede dell’Ecomuseo Vajont di Erto, che ha allestito una mostra dedicata a quell’antica attività economica, scomparsa ma sempre presente nella vocazione dell’uomo a partire verso orizzonti migliori.

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Il 12° Simposio di Erto narra le radici di ognuno

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso è dedicato quest’anno al tema delle radici, che si affianca al tradizionale invito a celebrare la continuità di vita dopo la catastrofe del Vajont. Il 12, 13 e 14 ottobre 2018 appuntamento quindi nel paese di Erto, che per tre giorni risuonerà dei rumori degli artisti al lavoro e delle molte altre voci delle manifestazioni che fanno da cornice all’evento dell’autunno ertano. 

Il dodicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont di Erto in collaborazione con il Comune e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – si tiene quest’anno il 12, 13 e 14 ottobre 2018, data scelta per onorare la continuità di vita dopo la doverosa commemorazione del disastro del Vajont, avvenuto il 9 ottobre 1963. Insieme a questo valore vitale che accompagna il Simposio fin dalla sua nascita dodici anni fa e che fa da cardine di ogni attività promossa dall’Ecomuseo Vajont, questa edizione vuole gettare luce sulla vasta tematica delle radici, declinata nelle sue più numerose e personali sfumature. Sarà compito degli artisti partecipanti mostrare ciò che per loro significa la parola “radici”, scolpendo dieci pannelli di cirmolo che andranno in seguito a decorare alcune case tipiche del centro storico di Erto. Questa bella opportunità è data quest’anno agli scultori Jan Corona, Italo De Gol, Mauro Ferrari, Valentino Giampaoli, Luca Lisot, Marco Motetta, Enver Rovere, Vladimiro Tessaro, Domenico Travaglia e Antonello Zanet. Venerdì 12 ottobre inizieranno a lavorare lungo la via IX ottobre 1963 per terminare le loro opere domenica pomeriggio. Venerdì sarà anche la giornata della maratona di lettura Un Erto inCanto: alle 21.00, in via IX ottobre tra le sculture che prendono vita, le radici sono raccontate attraverso la lettura di brani tratti da racconti, romanzi, canzoni, saggi dedicati al tema. La manifestazione è aperta a tutti gli appassionati di letteratura che vorranno contribuire. L’amore per i libri, sempre caro al Simposio di Erto, è protagonista della serata culturale di sabato 13 ottobre, presso il Centro Visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane: alle 21.00 viene presentato il libro Generazione Arcobaleno, scritto da Patrick Ball, giovane camerunense che racconterà come ha trovato nuova terra per le sue radici in provincia di Belluno. Domenica 14 ottobre le radici si possono assaporare nella tipicità dei prodotti della terra, in mostra lungo le vie del Centro Storico alla Fiera d’autunno, promossa dall’associazione Insieme par Cas.Il Simposio si conclude domenica in via IX ottobre, dove a cantare le radici attraverso ritmi sospesi tra sperimentazioni e memoria africana è il trio Savana Funk, composto da Aldo Betto, Blake Franchetto e Youssef Ait Bouazza, in concerto dalle 14.00. Alle 16.00, come di consueto, ha luogo il gran finale con la presentazione delle opere a cura degli artisti. Il dodicesimo Simposio di Erto si prepara a diventare il luogo di incontro di infinite declinazioni, ricordi, speranze, suggestioni legati alle origini, ma anche al presente e al futuro di ogni persona, perché le radici non ci tengono soltanto stretti a luoghi, persone, eventi, ma ci permettono anche di guardare avanti, di avere progetti, sogni, e di sentirci a casa in ogni momento della nostra esistenza.

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Arte, continuità, radici: torna il simposio di Erto

Erto rinnova l’incontro tra gli scultori che celebrano la continuità di vita. Quest’anno, il 12, 13 e 14 ottobre la via IX ottobre 1963 si riempirà del festoso frastuono degli artisti al lavoro su pannelli di cirmolo che prenderanno forme e armonie tanto diverse quanto diversa sarà l’interpretazione che ognuno darà alla parola “radici”. Quest’anno il tema infinito delle radici farà da sfondo al simposio e a tutti gli eventi che lo accompagnano: radici come ispirazione, come scultura, come musica e letteratura, radici come passato, come origine, come legami, radici come radici degli alberi attaccate alla terra ma anche come rami protesi verso il cielo, radici come sogni, come speranze, come futuro, come costrizione e come libertà, radici come oggi, come presente, che possono cambiare, muoversi, radici come ognuno pensa che siano le proprie radici.

Dodicesimo simposio di scultura su legno di Erto e Casso – 12, 13, 14 ottobre 2018

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I bambini giocavano

Una rassegna dei giochi più amati dai bambini del nostro passato…

Dhugè a le pére

Possono giocare più persone.

Prima di iniziare il gioco ci si mette d’accordo sulle regole da rispettare, dicendo:

“A quant?” “A fi dut o a fì nìa?” (cioè seguiamo le regole scrupolosamente o ne lasciamo perdere qualcuna?)

Per giocare bastano cinque sassolini (le pére) possibilmente belli tondi.

Si inizia lanciando i sassolini a terra.

1)     A un:uno lo si raccoglie, lo si lancia in aria e prima che ricada a terra bisogna raccogliere uno alla volta i sassolini rimasti a terra.

2)    A dói: si ricomincia allo stesso modo ma questa volta raccogliendo due sassolini alla volta.

3)    A tré: si raccoglie un sassolino solo e poi tre insieme.

4)    A quàtre: si lancia un sassolino in alto e mentre questo è per aria, prima di prenderlo si appoggiano a terra gli altri quattro per poi lanciare di nuovo in alto il sassolino e raccogliere quelli rimasti a terra.

5)    Si sistemano sul dorso della mano i cinque sassolini, si lanciano verso l’alto e poi svelti si gira la mano perché vi cadano dentro.

6)    Dentino: lanciando in aria un sassolino, si disegna con l’indice della stessa mano, una virgola a terra, prima che il sassolino ricada nella mano.

7)    A quàtre secondo: come il quarto giro.

8)    A bacino: si lancia un sassolino e si bacia l’indice della stessa mano e riprenderlo.

9)    A bacino in terra: mentre il sassolino è in aria, si appoggiano le quattro dita della mano che ha lanciato il sassolino, a terra e poi alla bocca, naturalmente velocemente perché il sassolino deve essere ripreso.

10)   A condùte: si lancia un sassolino in aria e intanto si segna una virgola in terra, con quattro dita e poi svelti a prendere il sassolino.

11)   A sotmàn: si lancia un sassolino e lo si prende al volo col palmo rivolto in avanti.

12)   A ghetèle: si lanciano a terra tutti i sassolini, se ne scelgono due e col dito mignolo li si divide se sono uniti. Ora con uno viene colpito l’altro. Se ci si riesce, si conquistano i sassolini. Si deve fare lo stesso con gli altri due; ma questa volta se ne tiene solo uno perché l’altro ti servirà a colpire l’ultimo.

13)   A questo punto il gioco è completo. Chi è arrivato fin qui senza sbagliare è il potenziale vincitore. Infatti per vincere bisogna superare le malìźie, cioè ripetere 12 giri senza mai sbagliare, per il numero di volte assegnato dagli altri giocatori: per esempio tre malìźie corrispondo a tre giri completi,  quattro malìźie a quattro giri completi e così via.

Al dhùac de i càiser  (ciamès agn cécari)

 Il gioco con le palline di terracotta.

Questo gioco, praticato tanti anni fa, veniva svolto specialmente nei primi mesi primaverili, cioè quando la neve cominciava a sciogliersi liberando, qua e la, delle macchie di terreno nei cortili delle case.

A giocarlo erano i ragazzi (maschi) i quali, a gruppi, si disputavano il possesso delle palline giocandosele in diverse maniere, fra le quali, la più in uso era la seguente:

Veniva stabilita la quantità della posta, la quale poteva variare da una o più palline, secondo la possibilità di chi ne possedeva meno ma, di solito, non superava il numero di tre. Stabilita la quota, le palline venivano posizionate sul terreno una vicina all’altra, in linea retta e continua, distanziate  fra loro di circa 5 millimetri. Fatta la somma delle dita della mano, che  al grido di “toco” ogni partecipante e allo stesso momento esponeva, veniva fatta la conta fra i ragazzi  posti in cerchio. Il destinato a giocare per primo (poi a turno tutti gli altri  fino all’esaurimento della fila) batteva su un muro, o sulle tavole di legno degli scuri delle finestre, o su una porta, una pallina di pietra, più grossa delle  altre, a volte ricavata da  lui medesimo da una pietra  chiamata “paneghér”, reperibile nei macereti delle Ròve de Cénc. La batteva con forza misurata  in maniera che questa, rimbalzando,  si avvicinasse il più possibile alla schiera delle palline messe in palio, tanto meglio se si posizionava in obliquo rispetto alla loro linea.

A volte fra il punto dove arrivava la palla e la fila delle palline si frapponeva un ostacolo, allora il giocatore chiedeva il descarèmus cioè chiedeva di poterlo togliere, toccava ai compagni di gioco consentire e se non erano d’accordo rispondevano carèmus, cioè veniva negava  la rimozione, in questo caso il giocatore cercava di superare l’ostacolo appoggiando la mano che lanciava la pallina sull’altra mano, chiusa a pugno, in  maniera di guadagnare qualche centimetro in altezza. Se la palla da tiro battuta si avvicinava talmente alle palline da non consentire il tiro, su  permesso degli altri giocatori, si poteva arretrare ma non più di quattro dita di una mano.

Recitata la frase propiziatoria “scala, scaléta duta na néta”(mentre gli avversari, tracciando una linea ideale fuorviante, pronunciavano l’avverso “ stria magia passa par ochì”)  e  posto il dito mignolo nel punto dove era arrivata la palla battuta, questa veniva “caricata” fra l’unghia del dito pollice e la falange media del dito indice, quindi facendo scattare il pollice la palla catapultata doveva colpire le palline in linea e tutte quelle che uscivano dalla retta diventavano di possesso del giocatore. Qualche inesperto tirava senza forza la palla a raso suolo e allora si diceva che aveva tirato alla “lipa”.

Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale le palline erano del colore della mòta con la quale erano state costruite, cioè al naturale e fu nei primi anni cinquanta che arrivarono, nella bottega di Pathón, le palline nuove, sempre di terracotta, ma colorate in varietà, con tinte vivaci e brillanti, i cui colori, a contatto con il terreno umido, si scioglievano, contribuendo in tal modo ad insozzare ulteriormente le mani dei giocatori, già sporcate dalla terra bagnata. Qualcuno  le palline se le fabbricava in proprio usando la mòta dei Giavàth, facendole  seccare nel forno del fornello di casa, ma risultavano fragili e perciò facili a rompersi all’urto della palla.

Chi perdeva tutte le palline che aveva in tasca, se voleva continuare il gioco, poteva chiederne in prestito o addirittura comperarne dagli avversari, i quali facevano sconti speciali, cioè due per una lira, mentre in negozio costavano una lira ciascuna.

A volte partecipavano al nostro gioco anche gli adulti fra i quali uno, Śepin, il cui pollice della mano aveva lo spessore del mio polso.

Succedeva anche che qualche ragazzo più grande di noi, per scherzo, con una manata veloce si appropriasse di tutte le palline poste in gioco e allora si gridava: “Camora, camora!” e queste venivano restituite.

Negli anni cinquanta la palla da tiro di pietra fu sostituita da una sfera di acciaio di circa 1,5 centimetri di diametro, molto più devastante quando colpiva, recuperata dalla demolizione di qualche cuscinetto a sfera spesso ricavato da un macchinario bellico.

Prima dell’éra del gioco dei càiśer, ma anche contemporaneamente e con le stesse modalità, si giocava ai bottoni, i quali venivano infissi  verticalmente nel terriccio e non era raro che qualche giocatore, esauriti quelli che aveva in tasca, se ne strapasse qualcuno dai pantaloni per continuare il gioco

Altra maniera di posizionare le palline era quella di fare dei mucchietti, tre palline sul terreno più una che le sormontava, “al caretón”, in questo caso venivano abbattute con le modalità del gioco dei càiśer, oppure da sopra lasciando cadere, perpendicolarmente al “caretón”, la palla da gioco.

All’arrivo delle palline di vetro, belle ma prive del fascino di quelle di terracotta, questo gioco cominciò una fase discendente, fino a scomparire, o forse scomparve per me e per i miei compagni  di gioco perché eravamo diventati grandi.

Ora vangando la terra degli orti qualche càiśer riemerge, suscitando in me, ex giocatore, un non lieve ricordo nostalgico.

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
I càiśer   Paolo Filippin
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso

 

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