Frammenti di memoria, maternità e infanzia di un tempo

L’immagine di un bambino accoccolato nella gerla preparata come fosse una culla, una cesta posta sul carretto e una ninna-nanna ritmata da un cigolio di ruote su strade bianche ci danno l’idea, più di ogni altra parola, del mondo dei piccoli. Le mamme erano donne che per integrare il bilancio familiare, lasciavano il paese, a piedi, tirando un carretto carico di utensili di legno, portando anche i figli con sé.

 Noi piccoli sembravamo in un nido dentro al carretto. (Maria de Stelìn)

Ci sono figli che sono  nati in Liguria, in Valle d’Aosta, nel Trentino…

I certificati di nascita delineano la geografia delle maternità, nei fienili dove avevano chiesto ospitalità, per le strade, dentro ad un carretto.

 Io sono nata a Rivarolo Ligure perché mia mamma la girava da quelle parti. Sono nata in una stalla come Gesù Cristo a Betlemme in una mangiatoia. L’ è stata do tre giorni sulla paia e dopo mi ha messo dentro in ta la gerla e con la roba davanti andava a girar. (Maucan -  tratto da “Le ultime sedonére della Valcellina”, Anna Leo)

 

E poi davanti avevamo la cesta utilizzata per riporre la roba da vendere. Quando mi nacque la bambina c’era invece la sua cesta per metterla a dormire(Maria de Stelìn)

E in paese le donne partorivano nel campo o nel prato e subito si rimettevano al lavoro. Il parto infatti era un evento naturale, al mèl deśmentigión. La maggior parte dei bambini nasceva in casa, ma anche la stalla era un luogo privilegiato, il fiato delle mucche riscaldava l’ambiente soprattutto quando fuori il freddo pungeva. Il medico  interveniva solo in casi estremi ed il prezzo da pagare per andare in ospedale non molti se lo potevano permettere.

La placenta, la mère veniva sotterrata nella concimaia.

L’esperienza delle donne che avevano già avuto figli, era messa a disposizione delle future madri. Ricorre in particolare il ricordo di Maria de Gnan, chiamata l’angelo bianco  per la sua disponibilità, pazienza, e bravura; in lei era riposta la fiducia nel mettere al mondo i bambini. Soltanto negli anni trenta, in paese arriva la  prima levatrice, Oro Amalia, conosciuta da tutti come Giorgetta, seguita poi da Vilma Peloso, Elsa che fu sepolta nel cimitero di Erto e l’ultima, Eva Pielli. Abitava a Cimolais e aveva continuato a prendersi cura dei neonati, aiutando la puerpera la paiolàna, in casa, quando ormai i bambini nascevano in ospedale.

Era la futura mamma, insieme alle donne di casa, che confezionava il corredino composto dalle camicine da pelle, sciameśìne da pél, e dalla cuffietta in  cotone, checìna, dalle maglie, dalle calze e dal berrettino di  lana lavorata  in casa,  scartedhàda e filàda. Neppure i pannolini si compravano ma erano ricavati da pezzi di tela tagliati e cuciti.

Camicie e cuffiette rimandano all’abilità nell’arte del ricamo e nell’impreziosire il corredino con pizzi e merletti. Era consuetudine fasciare, fasè,il bambino come una piccola mummia, solo così sarebbe cresciuto dritto e sano. Tra le fasce, fàse, veniva posto un rametto d’ulivo per ingraziarsi la benedizione del cielo.

Anche le medagliette infilate in un ago di sicurezza o l’àbeth, un piccolo reliquiario, dove l’immagine del Santo o altri parti a lui appartenute erano racchiuse in due lembi di stoffa, proteggevano il piccolo.

Quando erano un po’ cresciuti, seguivano le madri a dhi a girè  e andavano a mòcoi, a carità.

Io quando ero piccola ed ero con mia madre andavo a carità. Di mattina per la colazione, a mezzogiorno per il pranzo e la sera per la cena. (Giota)

Avevo il mio sacchetto e prendevo quello che mi davano. (Maria)

A volte invece i più grandicelli accudivano i più piccoli, rimanendo presso le famiglie dove la mamma aveva chiesto ospitalità, con la raccomandazione di aiutare i contadini nei loro lavori.

 Io che ero più grande, rimanevo dai contadini a badare ai miei fratelli, la mamma tornava la sera, mio papà invece rimaneva via anche quattro o cinque giorni. Faceva giri lontani.

 Nel loro girovagare trovavano persone solidali che offrivano anche del vestiario.

 Non avertene a male, è con gli stracci che si allevano i bambini. (Giota)

La maternità portava con sé riti e superstizioni.

La donna incinta, per non rischiare il soffocamento del bambino non doveva portare collane o legarsi cinture in vita.

Il rituale della bucatura dell’uovo con un ago da calza favoriva la rottura delle acque e quindi, secondo la credenza, accelerava il parto.

Non si poteva toccare la terra per non rischiare di perdere il latte.

La mamma non poteva pasè le straśégne cioè uscire di casa se non dopo aver ricevuto una speciale benedizione. Questo rito era chiamato dhi a dìaśa. Avviatasi verso la chiesa con una candela accesa non poteva voltarsi indietro perché sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto al neonato. Il parroco l’attendeva sulla porta, le offriva la stola e l’accompagnava all’altare della Madonna. Purificata, la donna era poi degna di assistere alla Santa Messa. In quest’occasione si elargiva un’offerta in denaro per la chiesa.

Sant’Antonio era uno dei Santi a cui affidare i propri bisogni e porre la speranza in un miracolo.

La devozione ai Santi trova la massima espressione nei bambini vestiti da frate.

La madre dopo la morte di più figli, si recava a Padova con l’ultimo nato e faceva un voto a Sant’Antonio per invocarne la protezione: per tredici mesi e tredici giorni, il piccolo avrebbe indossato il saio. Questo rito lo ritroviamo anche in seguito alla guarigione da una brutta malattia di bambini più grandicelli: in questo caso, il sacrificio di portare il saio richiedeva tempi più lunghi.

La culla, la cuna, rispecchiava la creatività di nonni o di papà, quindi poteva essere più o meno povera, più o meno semplice e decorata; la sostituiva la cesta, la thésta, in vimine. Entrambe avevano al paión il tipico materassino costituito da una tela  o da un sacco di iuta, riempiti di brattee, foglie di granoturco, le fuiòle, conservate nel momento della pulitura delle pannocchie per poi passare alla sgranatura.

La mamma cullava,  la sàsava o la cunàva, la nanàva, il piccolo, cantando la ninna nanna:

Nina nana bél pupìn

che tó mamma l’ é dhùda al molìn.

La te porta un petutìn

tó t’al mange bél solìn.

Allattavano, le tetàva, i neonati donando il latte anche ad altri bambini, nel caso le loro mamme non ne avessero; il latte di capra poteva sostituire quello materno.

Per le infezioni al seno, un sacchetto pieno di fiorìn (rimasugli di fieno rimasti sul fienile) imbevuto d’acqua calda, portava sollievo e risanava le ferite.

Il brodo di gallina aiutava la mamma a riprendersi in fretta e ad avere latte sufficiente per il figlio.

La prima pappa invece era la sópa, preparata facendo bollire acqua, pane, olio e burro.

Il ciuccio era confezionato con uno straccetto legato a mo’ di caramella  riempito di zucchero o miele e burro.

Nello spaségio muoveva i primi passi, sostituito nel tempo dal girél in legno e con le ruote. Man mano che cresceva, il bambino calzava i scufóns e poi le sue prime scarpe: le dàmede con la suola di legno e la tomaia in cuoio.

Il rito del battesimo, celebrato entro otto giorni dalla nascita, prevedeva la presenza dei sèntoi, i padrini e le madrine che portavano in chiesa il neonato e si ricordavano ogni anno primo dell’anno del loro figlioccio,  recandosi in casa con un dono: la bòna man.

La mortalità infantile era elevata a causa della mancanza di medicine adeguate per combattere le infezioni e i neonati che non avevano ricevuto il battesimo trovavano sepoltura nel limbo, un piccolo giardino che si apriva lungo il perimetro del cimitero.

Il primo ad essere battezzato dopo la Pasqua doveva regalare un capretto al sacerdote.

Nella scelta del nome c’era l’usanza di resólì, cioè di dare al nascituro il nome dei nonni oppure si ricorreva al nome di qualcheSanto che lo avrebbe protetto.

Un astuccio di legno, la mollica di pane per cancellare, la penna col pennino, una cartella di stracci e sotto il braccio un legnetto per contribuire a riscaldare l’aula ed il bambino andava a scuola. Frequenze saltuarie poiché in primavera avvenivano le partenze, iniziava la stagione delle vendite con il carretto, ed i bambini seguivano le loro mamme.

 Io ho frequentato poco la scuola. Quando ero in paese, mi mandavano a scuola, frequentavo la prima e in primavera mia madre ripartiva, non aspettava la fine, così nel novembre successivo ero di nuovo nella stessa classe. (Maria de Stelìn)

 In qualche caso i bambini frequentavano la scuola nei paesi dove i genitori si fermavano a  lungo a vendere.

 

Thìa de Pinco, Maria de Caporàl, Magaréta de l’Alba hanno tramandato nel tempo una preghiera:

Signèur benedét

se méi dat al bondì

dìme àign la bòna nùat,

a mi, a mi óma, a duta la me dhèint

e a duis i cristiàns dal mónt.

Idio g’é déa la pès

ai vif e ai pòre mòrth,

chi posa pregè par nós e nós par lèur.

 

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso
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La magia del legno che ridiventa carbone

La carbonaia, al pojàt, è stata costruita – sarebbe meglio dire ricostruita – in un antico spiazzo che accoglie la sua struttura conica fatta di strati di legna, foglie e terra. È stata accesa in un pomeriggio di sole che inaspettatamente è diventato uno di quegli acquazzoni estivi che sorprende e rinfresca la Val Mesàth ed ora aspetta, calda e quieta, di compiere la sua millenaria magia: la magia del pojàt. Passeranno diversi giorni e svariate notti durante i quali la carbonaia sarà tenuta costantemente sotto controllo per assicurarsi che funzioni, mangi, respiri con regolarità, produca appunto quella magia che, lo sapevano bene gli antichi carbonai che lavoravano in queste terre, trasforma, letteralmente, il legno in carbone e verrà conservato nel cuore della carbonaia fino alla sua apertura. Si deve lasciar trascorrere il tempo necessario, non bisogna avere fretta affinché la carbonaia riveli il suo tesoro, nato da una sapienza e da un ingegno tutti umani, ma ancora rispettosi del bosco, dei suoi tempi e della sua armonia. Questo incanto rivive a Erto seguendo la lentezza di ritmi e saperi dimenticati, o quasi. Quasi, perché ci sono ancora persone che, senza pensare troppo al passare fulmineo del tempo, riescono a catturarlo dentro a momenti che paiono non esistere più, come la costruzione, l’accensione e la cura di una carbonaia realizzata ripetendo  gesti solenni rimasti immutati. Finché ci sarà qualcuno che vorrà assistere a questa meraviglia, che vorrà proteggere il ricordo di questi luoghi attraverso le antiche attività che hanno ospitato e garantito per secoli, la carbonaia potrà ripetere il suo prodigio davanti agli occhi di chi crede ancora che riappropriarsi di un tempo autentico e vivere accanto ad una natura amica possa essere ancora possibile.

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Tirè al scopetón

Dopo i riti per richiamare il risveglio della natura travestendosi da uomo caprone che batteva con il bastone di frassino nella terra, o quello per esorcizzare il maligno prendendo le sembianze del diavolo o della strega, ci si toglieva la maschera di legno e il Carnevale salutava il Mercoledì delle Ceneri. È un’antica tradizione che gli ertani hanno conservato e che ripetono ogni anno, per dare l’addio al Carnevale e annunciare la Quaresima, periodo di digiuno, di penitenza e quindi di sacrificio. Ma nel suo mimare il lavoro del boscaiolo tirando un’aringa c’è anche l’esorcizzare la fatica e il magro vivere quotidiano e si ripensa a quando, in qualche casa, appesa alla catena c’era davvero l’aringa e ti facevano la spia se insaporivi più di una volta il tuo boccone di polenta. Protagonisti sono i boscaioli, gli uomini avvolti nelle loro mantelle, calzano scarponi chiodati, in testa hanno cappellacci e al collo un fazzoletto, e portano con sé gli attrezzi tipici del bosco: la barìl (barilotto per l’acqua), funi col stròth (chiodo con anello per il traino), al thapìn, (zappino), utili per il trascinamento de le tàie (dei tronchi), manére (scuri), la frétola (portantina in legno). Sul viso, alcuni portano ancora qualche segno del Carnevale, baffi dipinti e occhialoni. Dai focolari portavano fuori le catene che servivano ad appendere il paiolo per cuocere l’immancabile polenta, che insieme al formaggio, costituiva il cibo giornaliero; trascinarle per le vie polverose del paese, era occasione per togliere, in parte, la nera fuliggine. Sulla pala di un vecchio badile troneggia al scopetón, l’aringa e intorno, legate, il groviglio di corde e catene, le cui estremità sono tenute in mano dai boscaioli, che formano un lungo traino. C’è anche la presenza di una pecora, di un mulo o di una capra che aiutano l’uomo nel trascinamento. Quando tutto è pronto il corteo si avvia per le strade del paese, imitando la fatica del duro lavoro del boscaiolo che trascina il tronco, sostituito dal scopetón. Al grido del capo boscaiolo che chiama “al colpo”, tutti devono tirare con forza per fare avanzare il tronco, fingendo sforzi enormi. Ogni tanto c’è una sosta, perché dalle case escono gli abitanti per offrire cibo e vino ed alleviare in qualche modo gli stenti. Il loro arrivo è annunciato dalle grida e dai canti, ma soprattutto dallo stridio del badile e delle catene, oggi sull’asfalto e ieri sui sassi, e voci e rumori riecheggiano tra i muri di pietra.

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Le Theròseghe di Erto reinventano la tradizione

Il paesino friulano diventa teatro di un’invasione pacifica di Befane artigianali.

Si rinnova l’appuntamento con le Theròseghe di Erto, dopo il grande seguito di partecipanti e di pubblico dell’anno scorso. L’Ecomuseo Vajont di Erto (PN), infatti, anche per le festività del 2016-2017 ha pensato di coinvolgere l’intero paese nella realizzazione e nell’esposizione di tante Theròseghe, “Befane” in dialetto ertano, per festeggiare in modo originale il nuovo anno e l’Epifania. Dal 28 dicembre 2016 al 31 gennaio 2017 le vie del centro storico e quelle dell’abitato nuovo di Erto diventano il luogo magico dove scoprire e ammirare le colorate e dispettose Theròseghe di Erto. Tremate, tremate le Theròseghe sono tornate! Sono arroganti, sospettose e bacchettone. E vi porteranno solo carbone. Ma se, percorrendo il paese di Erto (PN) in questi giorni, vi imbattete in una di queste Befane, un sorriso e una fotografia potrebbero farle ravvedere. L’iniziativa che L’Ecomuseo Vajont-continuità di vita di Erto ha organizzato in occasione delle Feste 2016-2017 ha riscosso anche quest’anno un ampio successo, ispirandosi ad una figura tipica del folklore ertano: la Theròsega, una Befana protagonista di una leggenda tradizionale tramandata da tempi remoti, che la vede chiedere a San Giovanni di essere battezzata e puntualmente, ogni anno, non ce la fa. Agli abitanti del paese è stato offerto il materiale per la costruzione della propria Befana personale: profilo beffardo intagliato nel legno e sacco di iuta da decorare a piacere, secondo la fantasia e la creatività di ognuno. Ne risultano sempre, come si è visto anche l’anno scorso quando l’idea delle Befane di Erto è stata realizzata per la prima volta, Theròseghe di tutti i tipi: vestite con costumi popolari, intente ai più svariati lavori, splendenti di mille sfumature di colore e di decorazioni inedite, arrampicate o comodamente sedute su muri, balconi, vetrine, porte. Sta al visitatore fortunato o curioso scoprire tutti gli angoli del paese dove le Befane di Erto si nascondono oppure si mettono in mostra. Perché, si sa, ogni Theròsega ha il suo bel caratterino, c’è quella che preferisce ammiccare da una finestra e quella che invece ti guarda di sottecchi da dietro uno scorcio inaspettato. La “caccia” alle Theròseghe potrebbe portare anche un regalo diverso dal carbone: l’Ecomuseo ha infatti indetto un concorso in cui, il primo a fotografare e pubblicare sulla pagina Facebook dell’Ecomuseo Vajont (www.facebook.com/ecomuseovajont) la Theròsega vestita da sposa, riceverà come premio una poesia scritta dalla Befana stessa. Altri mini concorsi di questo tipo potrebbero nascere sulla pagina che ospita anche, immagini e commenti riguardanti l’apparire delle Befane di Erto. È possibile seguire sulla pagina Facebook la scoperta di ogni Theròsega, fino alla fine dell’evento, il 31 gennaio 2017. Insomma, l’inventiva non manca al paesino friulano e andare a far visita alle sue Befane potrebbe essere un modo originale di trascorrere le festività prima di rientrare a casa e affrontare l’anno nuovo, magari ripensando alle lunatiche e capricciose Theròseghe di Erto.

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Il Simposio di Erto e Casso compie dieci anni

La decima edizione si snoda tra ricordi e attualità  

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso raggiunge quest’anno un traguardo importante, il decimo anno, che viene festeggiato il 14, 15 e 16 ottobre 2016 attraverso l’arte degli scultori, gli eventi culturali e letterari, l’immancabile appuntamento musicale e gli occhi puntati sull’attualità. L’ospite speciale di quest’anno è il numero 10, cifra simbolica che riunisce in sé tutti i protagonisti della manifestazione: dieci infatti sono gli scultori partecipanti; dieci sono le parole scelte per raccontare la contemporaneità e per fare da cornice tematica all’evento, assieme al valore di cui il Simposio si fa da sempre portavoce, la continuità di vita; dieci sono le lettere che compongono il termine “resilienza, che contiene idealmente l’atteggiamento positivo da assumere di fronte alla complicata realtà dei giorni nostri; e infine 10 sono gli “InCanti” della maratona di lettura Un Erto inCanto,che si svolge anche quest’anno all’interno del Simposio di Erto. Cura, tenacia, libertà, radici, amore, oppressione, violenza, paura, alienazione, abbandono: sono dieci parole che vogliono raccontare la complessità del vivere attuale al 10° Simposio di scultura su legno di Erto e Casso. Dieci parole come i dieci anni trascorsi dalla prima edizione della manifestazione, avvenuta nel 2007, che hanno visto il mondo mutare e trasformarsi incessantemente, tra crisi e guerre globali, enormi e drammatiche migrazioni, l’angoscia per il terrorismo e per le calamità naturali, le sfide dell’integrazione e della convivenza pacifica di popoli mai così vicini fisicamente e mai così divisi sul piano della coesistenza. Il decimo Simposio si tiene il 14, 15 e 16ottobre 2016 e vede la partecipazione, coerentemente con l’idea di celebrare il numero 10, di dieci scultori: Avio De Lorenzo, Corrado Clerici, Jan Corona, Italo De Gol, Marcello Nardon, Loris Pavan, Egidio Petri, Flavia Robalo, Max Solinas, Dario Stragà. I nomi di alcuni di loro non sono nuovi, in quanto sono stati fra i primi artisti dell’edizione numero uno del Simposio e che hanno accettato l’invito a calcare nuovamente la via IX ottobre, dove da venerdì 14 ottobre a domenica pomeriggio gli scultori danno vita alle loro opere, ispirati dalle dieci parole-chiave e dal valore della continuità di vita che da dieci anni sostiene le iniziative dell’Ecomuseo Vajont, organizzatore del Simposio assieme al Comune di Erto e Casso, alla Pro Loco e al Parco Naturale Dolomiti Friulane. Fra questi progetti, uno prezioso è stato senza dubbio il lavoro di recupero, revisione e stampa di una toccante raccolta di lettere che un ertano trapiantato a Brescia ha inviato alla famiglia nei giorni appena successivi alla catastrofe del Vajont. Il libro, “Ti rivedrò con gli occhi della memoria”, è il fulcro della serata culturale del Simposio e viene presentato sabato 15 ottobre alle 21.00 presso la sala convegni del Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane, dalla studiosa e scrittrice Adriana Lotto e con la partecipazione del giornalista Ferdinando Garavello. La serata viene a far parte di uno dei dieci InCanti” della maratona di lettura “Un Erto InCanto”, anch’essa legata quest’anno al numero 10 e che prevede appunto dieci incontri, fra sabato e domenica, che si aprono alla narrazione e alla lettura dedicate alla continuità di vita. Un altro di questi “InCanti”, unito al consueto appuntamento musicale del Simposio, è quello di domenica 16 ottobre alle 14.00,quando nella via IX ottobre risuona la musica intensa e insolita del duo elettroacustico Cose di famiglia, composto dai fratelli Giacomo e Mauro Da Ros e che spazia dal rock al funky, dal reggae alla musica classica. E dopo una passeggiata tra le bancarelle delle vie del centro storico di Erto, che ospita per tutta la domenica la Fiera d’Autunno, mercatino di prodotti tipici e artigianali, l’appuntamento finale è alle 16.00 nella via IX ottobre, dove gli scultori presentano le loro opere presso la sede dell’Ecomuseo Vajont. Opere che saranno donate all’Ecomuseo ma che potranno essere prestate a chiunque ne faccia richiesta: si pensa così di proporre una mostra perenne e itinerante da condividere con chiunque voglia dare spazio e visibilità all’arte e alla speranza, una forma, questa, di resilienza, un’altra parola fondamentale che racchiude tutta l’essenza del 10° Simposio di Erto e che possiede, per puro caso, proprio dieci lettere.

 

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10° Simposio di scultura su legno di Erto e Casso

Il tema scelto per onorare questi dieci anni dedicati all’arte e alla continuità è la resilienza per la continuità di vita, con lo sguardo rivolto anche a ciò che sta accadendo intorno a noi, in Italia e nel mondo: le guerre contemporanee, il terrorismo, i grandi flussi migratori, le calamità naturali, la crisi globale, le questioni dell’integrazione, dell’interculturalità, della convivenza fra i popoli, non sempre facile ma comunque possibile.

Dieci, come gli anni trascorsi, sono le parole che oggi sembrano scuotere maggiormente la nostra coscienza:

cura, tenacia, libertà, radici, amore, oppressione, violenza, paura, alienazione abbandono

Parole da tradurre in arte per trasmettere un messaggio, anch’esso, resiliente.

 

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Dhì a girè

In un territorio piuttosto avaro, l’uomo fin dai secoli scorsi ha sfruttato il legno il quale, unito alla manualità, ha dato vita a manufatti che divenivano una risorsa economica a integrazione del bilancio familiare o, a volte, unica fonte di sostentamento. A Erto, per indicare questo tipo di commercio ambulante diciamo “dhi a girè” (lasciare il paese per andare a vendere). Protagoniste le donne, ma si mettevano in viaggio anche famiglie intere o gruppi di uomini. D’inverno, nelle case risuonavo i colpi d’accetta che davano forma agli oggetti. Era questa la stagione durante la quale gli uomini preparavano il carico di ciò che sarebbe stato venduto. Qualcuno, per disporre di maggiore materia prima, sgrezzava gli utensili nel bosco per poi rifinirli a casa. Naturalmente c’era una conoscenza profonda degli alberi, l’acero per esempio era quello più adatto per i cucchiai perché non s’impregnava di odori e quindi andava bene in cucina. Questi utensili realizzati dagli artigiani erano chiamati roba biànscia, bianca, per distinguerli dalla roba lucida, come gli attaccapanni, gli sgabelli o i battipanni, acquistata all’ingrosso e fatturata dai rivenditori. Per lavorare bastavano pochi attrezzi: l’accetta, il coltellino, le sgorbie e due sole macchine. Il tornio, la tornarétha,per realizzare ciò che prendeva forma tonda (pestasale, spinelli, fusi) e la panca con la morsa, la bànscia da dolè, per gli oggetti lunghi (cucchiai, mestoli e gottazze). In primavera giungeva l’ora di caricare il carretto usando la scala per far trovare posto ai tanti sacchi pieni di oggetti di legno. Ma c’erano anche i pochi indumenti necessari per i lunghi periodi di assenza da casa, qualche tegame, le coperte e poi la cassettiera, i cesti e la gerla.

A Brescia sono andata con mia madre col carretto, aveva con sé tutto quello che serviva. Per mangiare s’appostava sul ciglio di una strada e cucinava per lei e i bambini.

Le donne partivano con appresso i figli di qualsiasi età.

Noi piccoli sembravamo in un nido, dentro al carretto.

Sono nata in mezzo ai setacci – racconta un’altra portatrice perché il papà si occupava principalmente dei setacci. Pochi erano i giorni di scuola di quei bambini, le frequenze saltuarie, a volte neppure un giorno.

In novembre mi mandavano a scuola e non aspettavano la fine, in primavera ripartivano e l’anno successivo a novembre ero di nuovo in prima.

I bambini più grandicelli, mentre la mamma andava a vendere, venivano anche lasciati presso le famiglie dei contadini che l’avevano ospitata e in cambio dovevano fare qualche lavoretto: aiutare nei campi, raccogliere i frutti… Capitava che i figli nascessero nei fienili, infatti molte donne partivano incinte e partorivano dove capitava. La geografia delle nascite parla di luoghi di tutta l’Italia settentrionale.

Sono nata in una stalla come Gesù Cristo a Betlemme in una mangiatoia. L’é stata do tre giorni sulla paia e dopo mi ha messo dentro in t’a la gerla e con la roba davanti andava a girar.

Camminavano per chilometri e chilometri… Trentino, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte ma anche Liguria e Valle d’Aosta, con ogni condizione di tempo.

Che vita! Sempre avanti e in dhré, a destra e a sinistra.

Generalmente erano due i periodi delle partenze, la primavera, per poi tornare a far fieno d’estate, e l’autunno, quando si ripartiva e si stava fuori fino alle soglie dell’inverno. Altre volte invece, gli ambulanti rimanevano lontano mesi e anni, a seconda dei bisogni. Dove arrivavano chiedevano ospitalità, sempre negli stessi posti, case di campagna spaziose dove si poteva lasciare il carretto e dove c’era un fienile per dormire senza disturbare. Di solito, a mezzogiorno, si arrangiavano a mangiare qualcosa lungo la via, la sera invece avevano bisogno di un pasto caldo e trovavano una solidarietà unica. In qualche casa, dopo aver preparato il cibo, i proprietari dividevano il fuoco con gli ospiti. I venditori ambulanti erano attesi anno dopo anno, si sono strette amicizie che perdurano ancora oggi con nipoti e pronipoti.

Sei qui, allora vieni, riposati, siediti un po’. Poi compravano qualcosa e prima di pagarmi, mi offrivano da mangiare – e adesso mangi e dovevo mangiare perché mi davano i soldi dopo.

Camminavano e bussavano di porta in porta, con la gerla o la cesta colma di utensili da vendere o barattare. Quando il carico era finito ne arrivavano altri dal paese tramite il fermoposta. I più piccoli andavano a mòcoi cioè a chiedere la carità, portando ai genitori farina, pasta e altri generi alimentari.

Io quand’ero piccola ed ero con mia madre andavo a carità. Al mattino per la colazione, a mezzogiorno per il pranzo e la sera per la cena. Tre volte al giorno.

Gli ambulanti, oltre alla vendita degli utensili di legno, si specializzarono anche in un tipo di commercio fatto di piccoli oggetti che trovavano posto in una cassettiera: aghi, filo, pettini, fettuccia, lamette, saponette, shampoo reclamizzato sulla busta “Shampoo Cella che fa la chioma bella”, pizzi e merletti. Tutto questo acquistato all’ingrosso.

Filo, astico, cordela. Parona vola niente. La se compri qualche cosa… era così che Giòta proponeva i suoi prodotti.

A Bologna, una nostra ambulante era chiamata “la donnina dei pizzi” perché era molto raffinata nella scelta della merce e le future spose riponevano fiducia in lei quando dovevano prepararsi la dote. Le cassettiere erano realizzate a Erto con il legno di ciliegio o noce, mentre i cassettini erano di abete, per alleggerirne il peso.

Nel primo cassettino mettevo spille e collanine e sotto lamette. Insomma in ogni cassetto sistemavo la merce tenendo conto dell’altezza. In quello più profondo la scatola del filo, l’elastico.

Era un’astuzia quella di sistemare nel primo cassetto anellini e spille per attirare le donne che aprivano la porta di casa e poter poi mostrare tutta la merce. Con il passare del tempo si aggiunge altra merce da vendere comprata nei negozi all’ingrosso e Giota ne fa un elenco minuzioso:

…sopra la cassettiera sistemavo bretelle, calze, mutande, maglie, lacci per scarpe, reggiseni, reggicalze. Aprivi la tela solo da una parte in modo che si potesse vedere la merce, così evitavi di sporcarla ed in caso di pioggia era riparata, capisci

…tutto il carico pesava 30-40 chili, però ti dirò una cosa, quando hai fatto l’abitudine non senti più quel peso.

…Per riposare durante i miei spostamenti, allentavo con un bastone il peso della cassettiera.

Tra loro gli ambulanti comunicavano con un gergo particolare. I soldi erano chiamati in molti modi: le laste, i botóns, i susùri, la pila; il carico della merce la maròca; i carabinieri i thaf; il vino nani o scàbio… Le venditrici erano gentili, davano in omaggio alle clienti più affezionate medagliette o santini presi nei santuari, in particolare a Padova, poiché verso Sant’Antonio c’è sempre stata una devozione particolare. Era il loro ringraziamento e anche un gesto per auspicare la benedizione del Cielo in quelle famiglie. Al ritorno, il carretto si riempiva di nuovi prodotti e novità. Quando abbiamo chiesto agli ambulanti che cosa pensassero dei venditori girovaghi di oggi, i marochìns come li chiamano a Erto, è emerso che in quegli occhi e in quei gesti essi rivedevano la loro vita.

Oggi mi identifico con i marochìns. Io, quando arrivano, compro sempre qualcosa… magari un paio di calzetti, per dare la soddisfazione di vendere. Anch’io ero contenta se mi compravano un po’ di filo, o un paio di calze o solo una cartina di aghi. Ti senti sollevata. Capisci a me fanno pena.

Un commercio particolare era quello dei setacci, i tamèis. In tempi lontani si realizzavano anche i telai dei setacci, con il legno di faggio: ricavate le assicelle con la lunghezza e lo spessore desiderato, si rompevano le nervature del legno affinché assumessero la forma e mantenessero la cerchiatura, utilizzando una macchina rudimentale dotata di rullo che girava azionando a mano una manovella. Negli ultimi tempi invece i telai venivano acquistati.

Andavo con la cesta di casa in casa e con una cintura tenevo insieme i setacci. Ero così carica che stentavo a passare per i portoni. I primi giorni erano i più duri, risentivo di quel peso sulle spalle, poi passava.

Nella mostra “Partire, partirò, partir bisogna” sfilano davanti ai nostri occhi gli oggetti rimasti invenduti dopo l’ultimo viaggio e gelosamente conservati nelle famiglie, le immagini degli ambulanti con i loro carichi, il carretto e la bicicletta, il mezzo di trasporto dell’uomo. E si può risentire ancora una volta la voce di una venditrice ambulante. Racconti di sacrifici, di povertà, di partenze, vendite e ritorni ma anche di grande dignità.

 

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Al batèisen de la Theròsega

Questa è la storia della Theròsega, la Befana ertana, che si narra da tempi remoti nel paese di Erto… C’è una leggenda che si tramanda dalla notte dei tempi. Protagonista era la Theròsega che arrivava qui a Erto per farsi battezzare da San Giovanni. Anche quell’anno lui l’attese, puntuale, sotto il portico della chiesetta di Beórscia. Lei poco dopo lo raggiunse. Come sempre gli chiedeva: – Quest’anno, quest’anno, quest’anno, battezzami Giovanni! Chést an, chést an, chest an, batédheme Dhuàn. E lui: – Ti battezzerò il prossimo anno! -E se sarò morta? Dai battezzami questa volta! – E l’ acqua? E l’èga? – Cara mia, non ce n’è più devi andare a rifornirti un po’ lontano. Sai che qui la gente la prende tutta, devi andare in Vajont dove c’è l’acqua Benedetta. La Theròsega, allora prese i cesti e il bicollo e andando per Therentón arrivò in Vajont. Ma presto iniziò a nevicare. Quando fu vicino alle case di Genàro, ce n’era una pila e non potendo arrivare presso l’acqua Benedetta deviò dal sentiero e pensò fra sè: – Non è lo stesso se la prendo qui, sul Vajont? San Giovanni di sicuro non se ne accorgerà. Per contenerla mise un po’ di fogliame e di muschio nei cesti e li riempì. Rischiò perfino di cadere scivolando su una lastra, la ris’cià àign da sbrisè su na lasta, con le scarpe chiodate. Soddisfatta, riprese la strada del ritorno. L’acqua nei cesti non tardò a gelare, mentre lei avanzava affondando nella neve. Quando fu presso l’antro dei Venarìa sentì odore di fumo e volle fermarsi per scaldarsi o forse si era dimenticata un po’ di cenere per i bambini più cattivi, un tin de thèindhre par i canàis pi trist e poi aveva bisogno di riposare dopo aver sfaticato lungo la riva della Tùara. Appoggiò i cesti tra i belati delle capre e, annusando e tastando al buio, si avvicinò al fuoco. Si accovacciò accanto al focolare, ravvivò la fiamma e si scaldò. Sulla panca vide alcune fette di polenta, una crosta di formaggio e mangiò. E Venarìa, il padrone? Era nella stalla che sognava. E la Theròsega? Nel silenzio della notte, mentre la neve continuava a imbiancare il paese, si appisolò. Solo il caprone vegliava e l’odore del muschio nei cesti attirò la sua attenzione. Con un salto si mise a trascinarli facendoli rotolare lungo i pendii. Andarono a finire in fondo, nei Gòvoi, dietro ai cespugli. In primavera, Sép de Cionciàile li ritrovò andando a vimini col chiarore della luna calante. La Theròsega, addormentata, allungandosi sulla pietra del focolare si stava bruciando le calze. Quando erano ormai fumanti, si svegliò e velocemente senza nemmeno cercare i cesti, si rimise in viaggio. Fece appena in tempo a fare il suo giro per riempire le calze dei bambini con quattro noci e a malincuore anche qualche mucchietto di cenere. Al rintocco dell’ Ave Maria si affrettò a lasciare il paese. Era proprio vicino all’abitazione del Pìciol de l’Alba, quando spuntarono, da Seurafèuc, gli spiriti vestiti di bianco, la Scòla dal Bón Dhùac. Lei riuscì a svicolare e sparì verso Valdenère, dietro ai faggi. E anche per quell’anno rimase senza battesimo. E àign par che l’an l a restà da batiè.

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