Il 12° Simposio di Erto narra le radici di ognuno

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso è dedicato quest’anno al tema delle radici, che si affianca al tradizionale invito a celebrare la continuità di vita dopo la catastrofe del Vajont. Il 12, 13 e 14 ottobre 2018 appuntamento quindi nel paese di Erto, che per tre giorni risuonerà dei rumori degli artisti al lavoro e delle molte altre voci delle manifestazioni che fanno da cornice all’evento dell’autunno ertano. 

Il dodicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont di Erto in collaborazione con il Comune e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – si tiene quest’anno il 12, 13 e 14 ottobre 2018, data scelta per onorare la continuità di vita dopo la doverosa commemorazione del disastro del Vajont, avvenuto il 9 ottobre 1963. Insieme a questo valore vitale che accompagna il Simposio fin dalla sua nascita dodici anni fa e che fa da cardine di ogni attività promossa dall’Ecomuseo Vajont, questa edizione vuole gettare luce sulla vasta tematica delle radici, declinata nelle sue più numerose e personali sfumature. Sarà compito degli artisti partecipanti mostrare ciò che per loro significa la parola “radici”, scolpendo dieci pannelli di cirmolo che andranno in seguito a decorare alcune case tipiche del centro storico di Erto. Questa bella opportunità è data quest’anno agli scultori Jan Corona, Italo De Gol, Mauro Ferrari, Valentino Giampaoli, Luca Lisot, Marco Motetta, Enver Rovere, Vladimiro Tessaro, Domenico Travaglia e Antonello Zanet. Venerdì 12 ottobre inizieranno a lavorare lungo la via IX ottobre 1963 per terminare le loro opere domenica pomeriggio. Venerdì sarà anche la giornata della maratona di lettura Un Erto inCanto: alle 21.00, in via IX ottobre tra le sculture che prendono vita, le radici sono raccontate attraverso la lettura di brani tratti da racconti, romanzi, canzoni, saggi dedicati al tema. La manifestazione è aperta a tutti gli appassionati di letteratura che vorranno contribuire. L’amore per i libri, sempre caro al Simposio di Erto, è protagonista della serata culturale di sabato 13 ottobre, presso il Centro Visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane: alle 21.00 viene presentato il libro Generazione Arcobaleno, scritto da Patrick Ball, giovane camerunense che racconterà come ha trovato nuova terra per le sue radici in provincia di Belluno. Domenica 14 ottobre le radici si possono assaporare nella tipicità dei prodotti della terra, in mostra lungo le vie del Centro Storico alla Fiera d’autunno, promossa dall’associazione Insieme par Cas.Il Simposio si conclude domenica in via IX ottobre, dove a cantare le radici attraverso ritmi sospesi tra sperimentazioni e memoria africana è il trio Savana Funk, composto da Aldo Betto, Blake Franchetto e Youssef Ait Bouazza, in concerto dalle 14.00. Alle 16.00, come di consueto, ha luogo il gran finale con la presentazione delle opere a cura degli artisti. Il dodicesimo Simposio di Erto si prepara a diventare il luogo di incontro di infinite declinazioni, ricordi, speranze, suggestioni legati alle origini, ma anche al presente e al futuro di ogni persona, perché le radici non ci tengono soltanto stretti a luoghi, persone, eventi, ma ci permettono anche di guardare avanti, di avere progetti, sogni, e di sentirci a casa in ogni momento della nostra esistenza.

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Arte, continuità, radici: torna il simposio di Erto

Erto rinnova l’incontro tra gli scultori che celebrano la continuità di vita. Quest’anno, il 12, 13 e 14 ottobre la via IX ottobre 1963 si riempirà del festoso frastuono degli artisti al lavoro su pannelli di cirmolo che prenderanno forme e armonie tanto diverse quanto diversa sarà l’interpretazione che ognuno darà alla parola “radici”. Quest’anno il tema infinito delle radici farà da sfondo al simposio e a tutti gli eventi che lo accompagnano: radici come ispirazione, come scultura, come musica e letteratura, radici come passato, come origine, come legami, radici come radici degli alberi attaccate alla terra ma anche come rami protesi verso il cielo, radici come sogni, come speranze, come futuro, come costrizione e come libertà, radici come oggi, come presente, che possono cambiare, muoversi, radici come ognuno pensa che siano le proprie radici.

Dodicesimo simposio di scultura su legno di Erto e Casso – 12, 13, 14 ottobre 2018

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I bambini giocavano

Una rassegna dei giochi più amati dai bambini del nostro passato…

Dhugè a le pére

Possono giocare più persone.

Prima di iniziare il gioco ci si mette d’accordo sulle regole da rispettare, dicendo:

“A quant?” “A fi dut o a fì nìa?” (cioè seguiamo le regole scrupolosamente o ne lasciamo perdere qualcuna?)

Per giocare bastano cinque sassolini (le pére) possibilmente belli tondi.

Si inizia lanciando i sassolini a terra.

1)     A un:uno lo si raccoglie, lo si lancia in aria e prima che ricada a terra bisogna raccogliere uno alla volta i sassolini rimasti a terra.

2)    A dói: si ricomincia allo stesso modo ma questa volta raccogliendo due sassolini alla volta.

3)    A tré: si raccoglie un sassolino solo e poi tre insieme.

4)    A quàtre: si lancia un sassolino in alto e mentre questo è per aria, prima di prenderlo si appoggiano a terra gli altri quattro per poi lanciare di nuovo in alto il sassolino e raccogliere quelli rimasti a terra.

5)    Si sistemano sul dorso della mano i cinque sassolini, si lanciano verso l’alto e poi svelti si gira la mano perché vi cadano dentro.

6)    Dentino: lanciando in aria un sassolino, si disegna con l’indice della stessa mano, una virgola a terra, prima che il sassolino ricada nella mano.

7)    A quàtre secondo: come il quarto giro.

8)    A bacino: si lancia un sassolino e si bacia l’indice della stessa mano e riprenderlo.

9)    A bacino in terra: mentre il sassolino è in aria, si appoggiano le quattro dita della mano che ha lanciato il sassolino, a terra e poi alla bocca, naturalmente velocemente perché il sassolino deve essere ripreso.

10)   A condùte: si lancia un sassolino in aria e intanto si segna una virgola in terra, con quattro dita e poi svelti a prendere il sassolino.

11)   A sotmàn: si lancia un sassolino e lo si prende al volo col palmo rivolto in avanti.

12)   A ghetèle: si lanciano a terra tutti i sassolini, se ne scelgono due e col dito mignolo li si divide se sono uniti. Ora con uno viene colpito l’altro. Se ci si riesce, si conquistano i sassolini. Si deve fare lo stesso con gli altri due; ma questa volta se ne tiene solo uno perché l’altro ti servirà a colpire l’ultimo.

13)   A questo punto il gioco è completo. Chi è arrivato fin qui senza sbagliare è il potenziale vincitore. Infatti per vincere bisogna superare le malìźie, cioè ripetere 12 giri senza mai sbagliare, per il numero di volte assegnato dagli altri giocatori: per esempio tre malìźie corrispondo a tre giri completi,  quattro malìźie a quattro giri completi e così via.

Al dhùac de i càiser  (ciamès agn cécari)

 Il gioco con le palline di terracotta.

Questo gioco, praticato tanti anni fa, veniva svolto specialmente nei primi mesi primaverili, cioè quando la neve cominciava a sciogliersi liberando, qua e la, delle macchie di terreno nei cortili delle case.

A giocarlo erano i ragazzi (maschi) i quali, a gruppi, si disputavano il possesso delle palline giocandosele in diverse maniere, fra le quali, la più in uso era la seguente:

Veniva stabilita la quantità della posta, la quale poteva variare da una o più palline, secondo la possibilità di chi ne possedeva meno ma, di solito, non superava il numero di tre. Stabilita la quota, le palline venivano posizionate sul terreno una vicina all’altra, in linea retta e continua, distanziate  fra loro di circa 5 millimetri. Fatta la somma delle dita della mano, che  al grido di “toco” ogni partecipante e allo stesso momento esponeva, veniva fatta la conta fra i ragazzi  posti in cerchio. Il destinato a giocare per primo (poi a turno tutti gli altri  fino all’esaurimento della fila) batteva su un muro, o sulle tavole di legno degli scuri delle finestre, o su una porta, una pallina di pietra, più grossa delle  altre, a volte ricavata da  lui medesimo da una pietra  chiamata “paneghér”, reperibile nei macereti delle Ròve de Cénc. La batteva con forza misurata  in maniera che questa, rimbalzando,  si avvicinasse il più possibile alla schiera delle palline messe in palio, tanto meglio se si posizionava in obliquo rispetto alla loro linea.

A volte fra il punto dove arrivava la palla e la fila delle palline si frapponeva un ostacolo, allora il giocatore chiedeva il descarèmus cioè chiedeva di poterlo togliere, toccava ai compagni di gioco consentire e se non erano d’accordo rispondevano carèmus, cioè veniva negava  la rimozione, in questo caso il giocatore cercava di superare l’ostacolo appoggiando la mano che lanciava la pallina sull’altra mano, chiusa a pugno, in  maniera di guadagnare qualche centimetro in altezza. Se la palla da tiro battuta si avvicinava talmente alle palline da non consentire il tiro, su  permesso degli altri giocatori, si poteva arretrare ma non più di quattro dita di una mano.

Recitata la frase propiziatoria “scala, scaléta duta na néta”(mentre gli avversari, tracciando una linea ideale fuorviante, pronunciavano l’avverso “ stria magia passa par ochì”)  e  posto il dito mignolo nel punto dove era arrivata la palla battuta, questa veniva “caricata” fra l’unghia del dito pollice e la falange media del dito indice, quindi facendo scattare il pollice la palla catapultata doveva colpire le palline in linea e tutte quelle che uscivano dalla retta diventavano di possesso del giocatore. Qualche inesperto tirava senza forza la palla a raso suolo e allora si diceva che aveva tirato alla “lipa”.

Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale le palline erano del colore della mòta con la quale erano state costruite, cioè al naturale e fu nei primi anni cinquanta che arrivarono, nella bottega di Pathón, le palline nuove, sempre di terracotta, ma colorate in varietà, con tinte vivaci e brillanti, i cui colori, a contatto con il terreno umido, si scioglievano, contribuendo in tal modo ad insozzare ulteriormente le mani dei giocatori, già sporcate dalla terra bagnata. Qualcuno  le palline se le fabbricava in proprio usando la mòta dei Giavàth, facendole  seccare nel forno del fornello di casa, ma risultavano fragili e perciò facili a rompersi all’urto della palla.

Chi perdeva tutte le palline che aveva in tasca, se voleva continuare il gioco, poteva chiederne in prestito o addirittura comperarne dagli avversari, i quali facevano sconti speciali, cioè due per una lira, mentre in negozio costavano una lira ciascuna.

A volte partecipavano al nostro gioco anche gli adulti fra i quali uno, Śepin, il cui pollice della mano aveva lo spessore del mio polso.

Succedeva anche che qualche ragazzo più grande di noi, per scherzo, con una manata veloce si appropriasse di tutte le palline poste in gioco e allora si gridava: “Camora, camora!” e queste venivano restituite.

Negli anni cinquanta la palla da tiro di pietra fu sostituita da una sfera di acciaio di circa 1,5 centimetri di diametro, molto più devastante quando colpiva, recuperata dalla demolizione di qualche cuscinetto a sfera spesso ricavato da un macchinario bellico.

Prima dell’éra del gioco dei càiśer, ma anche contemporaneamente e con le stesse modalità, si giocava ai bottoni, i quali venivano infissi  verticalmente nel terriccio e non era raro che qualche giocatore, esauriti quelli che aveva in tasca, se ne strapasse qualcuno dai pantaloni per continuare il gioco

Altra maniera di posizionare le palline era quella di fare dei mucchietti, tre palline sul terreno più una che le sormontava, “al caretón”, in questo caso venivano abbattute con le modalità del gioco dei càiśer, oppure da sopra lasciando cadere, perpendicolarmente al “caretón”, la palla da gioco.

All’arrivo delle palline di vetro, belle ma prive del fascino di quelle di terracotta, questo gioco cominciò una fase discendente, fino a scomparire, o forse scomparve per me e per i miei compagni  di gioco perché eravamo diventati grandi.

Ora vangando la terra degli orti qualche càiśer riemerge, suscitando in me, ex giocatore, un non lieve ricordo nostalgico.

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
I càiśer   Paolo Filippin
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso

 

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Convocazione Assemblea Soci e rinnovo consiglio direttivo

Ai signori soci dell’Associazione Ecomuseo Vajont: continuità di vita ONLUS – loro sedi

Con la presente si invita la S.V. a partecipare all’Assemblea dell’Associazione Ecomuseo Vajont: continuità di vita ONLUS  prevista per  il giorno

18 MAGGIO 2018

alle ore 20.30 in 1^ Convocazione

e alle ore 21.00 in 2^ Convocazione 

presso la Sala consiliare del Comune di Erto e Casso

Via IX Ottobre 1963, 4 – Erto

Ordine del giorno:

Lettura e approvazione verbale seduta precedente;

Lettura e approvazione bilancio consuntivo anno 2017;

Relazione attività svolte;

Rinnovo direttivo;

Tesseramento soci;

Varie ed eventuali.

 

Il Presidente Fulvia De Damiani

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La legrosega

Pubblichiamo il racconto della Legrosega, la Theròsega così come è vista e narrata dagli abitanti di Casso. Un grande grazie va a Mariafrancesca Martinelli per averci mostrato questa visione davvero molto coinvolgente della Theròsega, anzi… Legrosega, una figura che accomuna i due paesi di Erto e Casso, pur nella diversità delle due storie.

AL BEL PAEIS DE CAS (il bel paese di Casso)

 - Prefazione -

Seduto, al sole caldo d’estate e al freddo, su di una alta montagna verdeggiante, Salta, dipinta da fluorescenti colori espressivi che la flora solo qui offre, dopo una irta salita scandita da tortuosi tornanti, c’è il bel paese di Casso. Un nome dall’origine mitica proveniente da una leggenda che vede questo piccolo borgo fatto di sassi, lastre, pière[1] e ciottolato sempre in perenne competizione con il limitrofo compagno di terra, Erto. Fin dalla sua nascita la storia narra della loro rivalità che echeggiava come un’allitterazione attraverso le onde di una risonanza avvolta dall’aria frizzante che punzecchia questa magica vallata. Una rivalità che ha portato Casso a “germogliare” appunto su questa montagna dal manto sassoso. I due antagonisti paesi si differenziano sia nella cultura che nella lingua. Casso infatti è caratterizzato da un dialetto molto simile al limitrofo confine veneto. Erto, invece, parla una lingua ladina antica che però si sta italianizzando nel gergo comune, molto vicina sia al friulano che al ladino dolomitico veneto. Queste ascendenze linguistiche sono causate per lo più dalla loro genesi. Infatti i due popoli si sono originati indipendentemente per poi scontrarsi nella stessa terra di mezzo, scenario della loro lotta per la sua colonizzazione. Sul fondo di questa Valle, giù molto in basso, giace un lago malinconico dalle acque verdi smeraldo che nasconde tra il riflesso delle sue onde, increspate dal vento, mille e una storia di eventi e leggende eccezionali. Le grida dei ricordi e le urla della memoria sono udibili solo ai più sensibili e queste schegge di immagini passate rivivono nell’etere giorno dopo giorno, notte dopo notte. Ogni casa, ogni sasso del codolà[2], ogni laip[3], ogni foglia di albero o petalo di fiore, ogni angolo o incrocio di vie nasconde e custodisce storie mozzafiato e inspiegabili che ancora oggi lasciano punti interrogativi in tutti quelli che ne assaggiano il sapore misterioso. Ma non solo storie e leggende. Il paese di Casso è guardiano ineffabile della propria cultura, storia, lingua e tradizione che vede affiorare non solo negli esemplari stili di vita ma anche nelle canzoni (sacre e profane) che tra le strofe nascondono le vicende della propria gente, le storie di vita quotidiana. Sono pochi gli abitanti di questo meraviglioso angolo di natura architettonica che ancora oggi salvaguardano per noi le immense ricchezze della loro memoria collettiva.

LA LEGROSEGA

La sera del 5 gennaio di molti molti anni fa una vecchia signora di scuro vestita e fortemente affaticata apparve dalla fitta nebbia che abbracciava le alte vie lastricate del paese di Casso. Da quelle vie laboriosamente animate di giorno. La nebbia dietro a lei si dissolse e la sua ombra ricominciò a seguirla in tutti i suoi movimenti riflettendosi sui muri di sasso grigio dei portici illuminati da una soffusa luce invernale. Un’ombra misteriosa che sembrava avere altre sembianze, un’anima parallela. L’aria gelida di gennaio pizzicava le gote della vecchia, arrossate, risaltandone così il respiro affannato dalle molte primavere che segnavano il suo volto. I suoi occhi socchiusi scrutavano attentamente il terreno e seguivano i suoi passi prudenti sul codolà[4], viola smeraldato, lievemente brinato. Scendeva così, a testa bassa, dal sentiero de Rossèi per giungere su la Culona dove, narrano le leggende, Gesù scese incoronato di spine con la sua croce. Qui, sotto il portico de Mondo, una giovane donna, vedova e madre di due angioletti già a letto, si intravedeva nei suoi mille movimenti attraverso le tende ricamate di una finestra lumeggiata da un caldo brillio focolare. La vecchia signora notò la donna affaccendata e la osservò in tutta la sua operosità. Per la prima volta dall’inizio del suo cammino alzò lo sguardo verso il luogo del suo arrivo, sotto il Col dele Pale, e mentre lo fissava immobile per alcuni secondi, si udì il suono dei sacri bronzi del vicino campanile battere le dieci di sera. Dieci rintocchi. Scanditi. Era tardi, molto tardi. Fu allora, al suono delle campane, che la vecchia signora, avvolto il suo viso in un velo nero, si avviò verso la Chiesa attraversando il porteghe de Friàn. La giovane donna, nel frattempo, sentendosi osservata lasciò per qualche istante il suo fare e tirando lievemente l’angolo sinistro della ricamata tenda diede una furtiva occhiata fuori. Non vi era nessuno. Probabilmente solo un’impressione, pensò. Continuò allora il suo filare, quella sera Morfeo non ne voleva sapere di farle una dolce visita, e poco dopo si udirono dieci rintocchi e mezzo. Il campanile suonava, ancora. Le dieci e mezza. Contò tutti e dieci i rintocchi e proprio prima della fine sentì bussare alla sua porta. Sobbalzò dalla paura all’improvviso. Chi poteva essere a quell’ora di notte? Appoggiato il fuso nella cesta di lavoro si accinse a raggiungere la porta. Attraversò il lungo corridoio buio e freddo.” Chi elo[5]?” chiese, a bassa voce per non svegliare i suoi angioletti dormienti al piano superiore. Una voce roca dall’esterno le disse: “Son to comare[6]. Son vegnuda a catate parchè sta sera no son bona da vormì[7]”. La giovane aprì la porta. Sua “comare” aveva la voce stanca. “Che fatu[8]?” Le chiese. “Eve drio a filà per pasame al temp, gnenca mi son bona da vormì[9]. Sua “comare” la rimproverò. “Satu che la sera della befana no se laora e no se và a strof[10]?” Con sguardo cupo e minaccioso. La giovane intimorita dall’ espressione disapprovante della comare si scusò per aver ceduto alla mole di lavoro. “Intant che spieteve da invormenfame ei pensà da portame indavant col laoro[11]”. “Te dae na man alora, così se fon compagnia[12]”. Le rispose la vecchia. Si avviarono, una davanti all’altra, dentro al Larin[13]. Sedutesi sul divanetto a muro, imbottito di morbidi cuscini, abbracciato dal lungo tavolo da lavoro ricominciarono a far filò in silenzio. Il loro lavorare veniva interrotto solo poche volte dalla lieve voce roca della vecchia comare che continuava a scuotere il capo chiedendo se finalmente non fosse ora di smettere. La giovane però continuava per poter ultimare la filatura. Lo sguardo della comare si faceva sempre più cupo. I suoi occhi erano cerchiati da un alone scuro. Le sue pupille, dilatate. Il suo iride sembrava, ora, inesistente. I suoi occhi, ora, sembravano rossi. La stava fissando. Respirava affannosamente. L’ira la stava assalendo. “Statu ben[14]?” Nessuna risposta. Continuava a fissarla. Ora le mani, ora il volto, ora di nuovo le mani. La giovane, basita e spaventata, fece accidentalmente scivolare il fuso dalle sue mani tremolanti. Questo, rotolando a saltelli, finì sotto il tavolo. La vecchia non distoglieva lo sguardo. La giovane si chinò per prendere il rocchetto. Allungò la mano. “Ma avelo vù[15]?” A tastoni non trovandolo, alzò con la mano sinistra la tovaglia. Eccolo. Fece per afferrarlo quando i suoi occhi videro le gambe della comare. Rimase immobile per qualche istante. Pietrificata si sentì perduta. Cercò di rimanere calma. I piedi. I suoi piedi. La comare non era sua comare. I suoi piedi non erano piedi. Erano zoccoli. Le sue gambe erano quelle di una capra. “Oh Signòr giuteme ti[16]”. Ripeté tra sé e sé. La vecchia, appena si rialzò da sotto il tavolo, la guardò con ciglio inquietante e la giovane alzandosi dal divano le disse: “Vae a ciò uncora un puochi de fus[17]. No ei son. Continuon a laorà, spieteme qua. Stae puoc[18]”. La vecchia la seguiva con lo sguardo. La giovane, non appena fuori dal Larin, salì velocemente le scalette nervate che portavano alle camere. Aprì la porta della stanza da letto e con un sol balzo si coricò tra i suoi adorati figlioli. Pregava. Pregava che quella vecchia, anima dannata, se ne andasse. Pregava, promettendo di non lavorare più in quella notte. Pregava, per potersi salvare dalla dannazione. Pregava mentre sentì il calpestio degli zoccoli fare lentamente uno ad uno gli scalini di legno che al suo passare scricchiolavano. Sembravano urlare di paura. Pregava, ancora, quando il rumore degli zoccoli si fermò lì, proprio lì, davanti alla sua stanza. La porta si aprì. Piano. Si aprì. Due passi ancora e due occhi infiammati fissavano l’interno della stanza. I bambini dormivano. Lei, pregava. Terrorizzata. Ave Maria. Ripeteva. Ave Maria. Guardava la porta. Guardava quegl’occhi rossi. Ora, piangeva. Strinse il rosario, nascosto sotto i cuscini, tra le sue dita. Pregava. Il respiro estraneo le accarezzava il volto come un vento gelido. La voce le disse: “Fortuna toa che te sé in mef ai to angiolin se no te pestares come al fiorin[19]”. Il suo cuore scoppiò. Il sangue pulsava, ancora. La Legrosega evaporò in un banco di nebbia fine. Il suo canto eccheggiava ancora tra i monti della vallata: “gingin gingin gingin stoff da carne de cristianin, tante pére par cheste strade quanti tosàt che vuoi magname” . Da lì era venuta per punire con il sonno eterno chi la notte dell’Epifania lavora o se ne va in giro.

[1] Piera: sasso caratteristico del Borgo ancora ben visibile in tutto il paese.

[2] Codolà: caratteristica pavimentazione delle vie del paese.

[3] Laip: tipica fontana di piazza oggi non più visibile a causa della loro distruzione da parte della vecchia amministrazione comunale che al loro posto ha voluto costruire dei bei parcheggi panoramici. (chiamo in soccorso i beni Culturali e il FAI che dovrebbero poter essere a conoscenza di questi sfregi della storia di questi borghi d’Italia).

[4] Lastricato tipico di casso fatto di porfido.

[5] Chi è?

[6] Sono tua comare/compagna/madrina/amica.

[7] Sono venuta a trovarti perché stasera non riesco a dormire.

[8] Cosa fai?

[9] Stavo filando per passare il tempo, neanche io riesco a dormire.

[10] Lo sai che nella notte dell’ Epifania non si può lavorare né andare in giro?

[11] Mentre attendevo di addormentarmi ho pensato fosse un’ottima idea portarmi avanti col lavoro.

[12] Ti do una mano allora, così ti faccio compagnia.

[13] Stanza tipica delle case di casso dove veniva acceso il focolare. Solitamente erano a pianta circolare con il focolare posizionato nel centro.

[14] Stai bene?

[15] Ma dove è finito?

[16] Oh Signore, aiutami tu.

[17] Vado a prendere altra lana da filare.

[18] Non ho sonno. Continuiamo il lavoro. Aspettami qui. Ci metto un secondo.

[19] Fortuna tua che sei in mezzo ai tuoi angioletti altrimenti ti pesterei fino a farti diventare polvere di fieno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Theròseghe, buffe creature che stregano Erto

Dal 27 dicembre 2017 al 31 gennaio 2018 le Theròseghe hanno deciso di tornare durante le festività invernali di quest’anno e il paese si prepara a decorare le vie del centro storico e l’abitato nuovo di Erto con vestiti colorati, scope di saggina e l’immancabile sagoma del profilo furbetto della Theròsega, uniti alla fantasia e all’abilità degli ertani. L’ispirazione viene ovviamente dal racconto popolare della Theròsega di Erto, che tutti gli abitanti conoscono bene e tramandano di famiglia in famiglia: la Theròsega incontra ogni inverno San Giovanni e ogni volta lo prega di essere battezzata. San Giovanni accetta e le chiede di andare a prendere l’acqua per poterla benedire e procedere al battesimo. La Theròsega corre a rifornirsi di acqua ma, decidendo di riposarsi un po’ prima di tornare dal Santo, si addormenta fino al mattino dopo e perde l’occasione di essere battezzata. Ci riproverà l’anno dopo: un modo per sottolineare la ciclicità degli eventi ma anche per segnare l’attesa delle tanto attese festività natalizie. L’Ecomuseo Vajont anche quest’anno racconta l’invasione delle Theròseghe sui suoi social network, in particolare sulla pagina Facebook www.facebook.com/ecomuseovajont, dove sarà possibile scoprirle e i luoghi del paese dove sono nascoste, ma anche pubblicare foto e lasciare commenti riguardanti l’evento. Facendo sempre attenzione a non offendere la sensibilità delle capricciose, lunatiche e bacchettone Theròseghe di Erto, non si sa mai che abbiano pronto del carbone da farvi trovare nella calza il giorno dell’Epifania.

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Buone feste dall’Ecomuseo Vajont

Una favola ertana natalizia per augurare a tutti voi Buone Feste! Dopo l’intensità degli ultimi mesi, il Simposio di scultura 2017 con i suoi incredibili partecipanti e i tanti eventi correlati, il meraviglioso concert de dessin “E tornerem a baita” e la sede dell’Ecomuseo che accoglie sempre tanti visitatori, c’era proprio bisogno della calma atmosfera del Natale, calda e luminosa come le lucine che decorano finestre e alberi di Erto. E’ stato un periodo intenso che ha impegnato le forze ma anche rincuorato l’animo con tante soddisfazioni. Con l’augurio di passare un Buon Natale nelle vostre casette come la chiocciolina della Valcassana, vi diamo appuntamento a fine dicembre e nell’anno nuovo con le Theròseghe che presto, molto presto, si avventureranno in paese a bordo delle loro scope, cariche di carbone e irriverenza, ma anche di autenticità, fantasia e bellezza.

 Il ragno e la chiocciola

C’era una volta una stalla in Valsciasàna e in quella stalla era nato il Bambino Gesù. Sotto le travi, un ragno e una chiocciola osservavano la gente che veniva a trovarlo. Il ragno disse alla chiocciola: “Scendo anch’io a vedere il Bambino”. La timida chiocciolina gli domandò: “Come fai a scendere?”  “Oh, io ho il mio filo e ce la faccio.” “Porta anche me”. E il ragno prepotente: “Figurati, io sul mio filo non porto nessuno.” E partì. Giunto a terra, la Madonna  gli chiese: “Eri da solo lassù?” “No, non ero solo. C’era anche la chiocciola, ma io sul mio filo non porto nessuno.” La Madonna gli fece segno di mettersi da parte e poi chiamò l’asino e gli disse: “Alzati in piedi, in punta di piedi, alza anche le orecchie.” L’asino, quando alzò le orecchie arrivò sotto il soffitto. La  Madonna  intanto parlò con la chiocciola: “Sali sull’orecchio dell’asino e così potrai scendere per vedere il Bambino.” Poi invitò l’asino ad inginocchiarsi e l’asino s’inginocchiò. Quando abbassò la testa e  le orecchie, la chiocciola scese e la Madonna mostrò a lei e al ragno, il Bambino Gesù. Dopo  parlò con il ragno: “Ragno prepotente ti castigo, dovrai rimanere tutto l’ inverno in un angolino al freddo, a tessere la ragnatela. E invece a te, chiocciola buona e brava, regalo una casetta e così starai tutto l’inverno al calduccio fino a quando tornerà la buona stagione.”

Magaréta de l’ Alba

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L’unione delle arti all’11 Simposio di Erto, la continuità di vita in un intreccio di arte, parole e musica

È un Simposio tutto all’insegna della varietà artistica l’undicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso, che si tiene il 13, 14 e 15 ottobre 2017, dopo le doverose manifestazioni a ricordo del disastro del Vajont avvenuto il 9 ottobre 1963. La tematica è come sempre la continuità di vita, collegata quest’anno alle diverse forme ed espressioni che essa può assumere nelle varie arti, una pluralità che si mostra anche nella molteplicità degli eventi proposti.

 

L’undicesima edizione del Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont di Erto in collaborazione con il Comune, la Proloco e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – si svolge il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Come sempre una data simbolica, che segue l’anniversario della catastrofe del Vajont per sottolineare l’importanza della continuità dopo le sciagure e le tragedie, non solo quelle del passato ma anche quelle che oggi accadono quotidianamente nel mondo, ancora troppo numerose. Ma la molteplicità si mostra anche nei lati luminosi della fantasia ed è proprio per celebrare la varietà delle espressioni artistiche che quest’anno il Simposio offre spazio alle diverse arti. Gli scultori, come da tradizione, hanno tempo di realizzare le loro opere a partire dalla mattina del venerdì 13 fino al pomeriggio della domenica 15 ottobre. Quest’anno il legno scelto è il larice e le opere verranno donate all’Ecomuseo Vajont per realizzare un nuovo percorso artistico all’aperto. Protagonista è anche la fotografia, con il concorso Instagram indetto dall’Ecomuseo per gli appassionati di quest’arte. Durante le tre giornate, non mancano gli eventi collaterali che da anni arricchiscono il Simposio. Anch’essi vogliono sottolineare la fusione fra le varie arti: si parte venerdì 13 ottobre, alle 20.30 presso il Centro Visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane, dove la letteratura si mescola alla musica nell’emozionante presentazione-spettacolo del libro Quasi niente, condotta dai suoi autori, lo scrittore Mauro Corona e il musicista Luigi Maieron. Prima dell’inizio, viene proiettato un video dedicato a Erto, con un messaggio di profondo interesse per gli abitanti e i visitatori che amano il paese friulano e la sua storia. Una serata da non perdere quindi, come quella di sabato 14 ottobre: presso il  Centro Visite alle 18.00 viene presentato il libro In meno di quattro minuti assieme al suo autore, Giuseppe Vazza, che ha scritto una testimonianza preziosa sulla strage del Vajont. Ma gli eventi cui vale la pena di assistere non sono finiti: domenica 15 ottobre il pubblico, mentre ammira le opere degli artisti al lavoro – quest’anno i nomi sono Sara Andrich, Francesco Berton, Corrardo Clerici, Lorenzo Crimella, Adriano Danzo, Italo De Gol, Mauro Ferrari, Gianpaolo Pasini, Luca Tassone, Vladimiro Tessaro, Gianni Tosi, Domenico Travaglia, Maurizio Villari – può anche cimentarsi con il coinvolgente laboratorio Intrecci di mani e di legno, condotto dall’artista Italo De Gol dove chi vuole può provare a scolpire su legno, a partire dalle 9.00 sempre in via IX ottobre. Alle 11.00 invece, ha luogo la suggestiva manifestazione Un ErtoinCanto che quest’anno porta i lettori nella località Le Spesse (a pochi chilometri dal centro abitato) per leggere Ti rivedrò con gli occhi della memoriadi Doris Filippin, un incontro fra lettura e scrittura per parole che tornano a vivere nei luoghi da dove sono partite. Colori e profumi si mischiano poi per tutta la domenica durante la Fiera d’autunno, il mercatino di prodotti tipici lungo le vie del Centro Storico.Il Simposio si conclude in via IX ottobre in un’armonia di arte e musica: divertimento e improvvisazione musicale si diffondono per la via a partire dalle 14.00 con il concerto dei sorprendenti Small Paradise, gruppo funk jazz composto da Aldo Betto alla chitarra, Nicola Dal Bo all’organo elettrico, Roberto Buttignol alla batteria. Alle 16.00 gran finale con la presentazione delle opere a cura degli artisti. Tante arti e tanti eventi quest’anno al Simposio di Erto, per rischiarare un unico valore esistenziale di cui si fa portavoce: la continuità della vita e della speranza.

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Il programma dell’11 Simposio di Erto e Casso

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso si tiene quest’anno il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Ecco il programma dettagliato:

venerdì 13 ottobre 2017 via IX ottobre 1963

scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 20.30 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane musica e parole tra le pagine del libro “Quasi niente”, con la presenza degli autori Mauro Corona e Luigi Maieron

sabato 14 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 18.00 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane presentazione del libro “In meno di quattro minuti”, testimonianza sul Vajont: la strage e l’umiliazione, con la presenza dell’autore Giuseppe Vazza

domenica 15 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 artisti al lavoro centro storico di Erto

Fiera d’autunno, mercatino di prodotti tipici

ore 9.00 via IX ottobre 1963 intrecci di mani e di legno: anche tu puoi provare a scolpire con l’artista Italo De Gol

ore 11.00 Località Le Spesse Un Erto inCanto: lettura del libro “Ti rivedrò con gli occhi della memoria” per parole che tornano a vivere nei luoghi

ore 14.00 via IX ottobre 1963 concerto degli Small Paradise con Aldo Betto Nicola Dal Bo Roberto Buttignol Giovanni Tamburini

ore 16.00 via IX ottobre 1963 presentazione delle opere a cura degli artisti

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Simposio di Erto 2017

Il 13, 14, 15 ottobre 2017 avrà luogo l’undicesima edizione del Simposio di Erto. La tematica del Simposio è come sempre la continuità di vita: il rumore degli scalpelli al lavoro riecheggerà simbolicamente per tre giorni, dopo il silenzio dovuto al ricordo della catastrofe del Vajont, avvenuta il 9 ottobre 1963. L’idea di un futuro possibile dopo le sciagure vuol essere rivolto anche a tutto ciò che sta avvenendo attualmente nel mondo, con espressioni di continuità che quest’anno formeranno un intreccio di arte, musica e parole, con l’intento di mescolare la bellezza del creare. Per meglio illuminare questo concetto, le iniziative del Simposio 2017 saranno tutte legate dal fil rouge della fusione fra scultura, pittura, musica e letteratura. Per la prima volta il Simposio si apre anche ai PITTORI: domenica 15 ottobre, nella fascia compresa fra le 10.00 e le 16.00, avrà luogo infatti il Simposio dei pittori: vi sarà donata la tela (delle dimensioni 30×50) e la vostra opera rimarrà all’Ecomuseo affinché i nostri visitatori possano cogliere tra i colori un nuovo messaggio di continuità di vita. Agli scultori partecipanti verrà fornito un tronco di larice (140 cm di altezza e 45 cm di diametro circa) per creare un nuovo percorso artistico all’aperto. Scultori e pittori, se interessati, potete comunicarcelo scrivendo sulla pagina Facebook o all’e-mail: ufficio@ecomuseovajont.net entro e non oltre venerdì 22 settembre 2017.

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