Convocazione Assemblea Soci e rinnovo consiglio direttivo

Ai signori soci dell’Associazione Ecomuseo Vajont: continuità di vita ONLUS – loro sedi

Con la presente si invita la S.V. a partecipare all’Assemblea dell’Associazione Ecomuseo Vajont: continuità di vita ONLUS  prevista per  il giorno

18 MAGGIO 2018

alle ore 20.30 in 1^ Convocazione

e alle ore 21.00 in 2^ Convocazione 

presso la Sala consiliare del Comune di Erto e Casso

Via IX Ottobre 1963, 4 – Erto

Ordine del giorno:

Lettura e approvazione verbale seduta precedente;

Lettura e approvazione bilancio consuntivo anno 2017;

Relazione attività svolte;

Rinnovo direttivo;

Tesseramento soci;

Varie ed eventuali.

 

Il Presidente Fulvia De Damiani

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La legrosega

Pubblichiamo il racconto della Legrosega, la Theròsega così come è vista e narrata dagli abitanti di Casso. Un grande grazie va a Mariafrancesca Martinelli per averci mostrato questa visione davvero molto coinvolgente della Theròsega, anzi… Legrosega, una figura che accomuna i due paesi di Erto e Casso, pur nella diversità delle due storie.

AL BEL PAEIS DE CAS (il bel paese di Casso)

 - Prefazione -

Seduto, al sole caldo d’estate e al freddo, su di una alta montagna verdeggiante, Salta, dipinta da fluorescenti colori espressivi che la flora solo qui offre, dopo una irta salita scandita da tortuosi tornanti, c’è il bel paese di Casso. Un nome dall’origine mitica proveniente da una leggenda che vede questo piccolo borgo fatto di sassi, lastre, pière[1] e ciottolato sempre in perenne competizione con il limitrofo compagno di terra, Erto. Fin dalla sua nascita la storia narra della loro rivalità che echeggiava come un’allitterazione attraverso le onde di una risonanza avvolta dall’aria frizzante che punzecchia questa magica vallata. Una rivalità che ha portato Casso a “germogliare” appunto su questa montagna dal manto sassoso. I due antagonisti paesi si differenziano sia nella cultura che nella lingua. Casso infatti è caratterizzato da un dialetto molto simile al limitrofo confine veneto. Erto, invece, parla una lingua ladina antica che però si sta italianizzando nel gergo comune, molto vicina sia al friulano che al ladino dolomitico veneto. Queste ascendenze linguistiche sono causate per lo più dalla loro genesi. Infatti i due popoli si sono originati indipendentemente per poi scontrarsi nella stessa terra di mezzo, scenario della loro lotta per la sua colonizzazione. Sul fondo di questa Valle, giù molto in basso, giace un lago malinconico dalle acque verdi smeraldo che nasconde tra il riflesso delle sue onde, increspate dal vento, mille e una storia di eventi e leggende eccezionali. Le grida dei ricordi e le urla della memoria sono udibili solo ai più sensibili e queste schegge di immagini passate rivivono nell’etere giorno dopo giorno, notte dopo notte. Ogni casa, ogni sasso del codolà[2], ogni laip[3], ogni foglia di albero o petalo di fiore, ogni angolo o incrocio di vie nasconde e custodisce storie mozzafiato e inspiegabili che ancora oggi lasciano punti interrogativi in tutti quelli che ne assaggiano il sapore misterioso. Ma non solo storie e leggende. Il paese di Casso è guardiano ineffabile della propria cultura, storia, lingua e tradizione che vede affiorare non solo negli esemplari stili di vita ma anche nelle canzoni (sacre e profane) che tra le strofe nascondono le vicende della propria gente, le storie di vita quotidiana. Sono pochi gli abitanti di questo meraviglioso angolo di natura architettonica che ancora oggi salvaguardano per noi le immense ricchezze della loro memoria collettiva.

LA LEGROSEGA

La sera del 5 gennaio di molti molti anni fa una vecchia signora di scuro vestita e fortemente affaticata apparve dalla fitta nebbia che abbracciava le alte vie lastricate del paese di Casso. Da quelle vie laboriosamente animate di giorno. La nebbia dietro a lei si dissolse e la sua ombra ricominciò a seguirla in tutti i suoi movimenti riflettendosi sui muri di sasso grigio dei portici illuminati da una soffusa luce invernale. Un’ombra misteriosa che sembrava avere altre sembianze, un’anima parallela. L’aria gelida di gennaio pizzicava le gote della vecchia, arrossate, risaltandone così il respiro affannato dalle molte primavere che segnavano il suo volto. I suoi occhi socchiusi scrutavano attentamente il terreno e seguivano i suoi passi prudenti sul codolà[4], viola smeraldato, lievemente brinato. Scendeva così, a testa bassa, dal sentiero de Rossèi per giungere su la Culona dove, narrano le leggende, Gesù scese incoronato di spine con la sua croce. Qui, sotto il portico de Mondo, una giovane donna, vedova e madre di due angioletti già a letto, si intravedeva nei suoi mille movimenti attraverso le tende ricamate di una finestra lumeggiata da un caldo brillio focolare. La vecchia signora notò la donna affaccendata e la osservò in tutta la sua operosità. Per la prima volta dall’inizio del suo cammino alzò lo sguardo verso il luogo del suo arrivo, sotto il Col dele Pale, e mentre lo fissava immobile per alcuni secondi, si udì il suono dei sacri bronzi del vicino campanile battere le dieci di sera. Dieci rintocchi. Scanditi. Era tardi, molto tardi. Fu allora, al suono delle campane, che la vecchia signora, avvolto il suo viso in un velo nero, si avviò verso la Chiesa attraversando il porteghe de Friàn. La giovane donna, nel frattempo, sentendosi osservata lasciò per qualche istante il suo fare e tirando lievemente l’angolo sinistro della ricamata tenda diede una furtiva occhiata fuori. Non vi era nessuno. Probabilmente solo un’impressione, pensò. Continuò allora il suo filare, quella sera Morfeo non ne voleva sapere di farle una dolce visita, e poco dopo si udirono dieci rintocchi e mezzo. Il campanile suonava, ancora. Le dieci e mezza. Contò tutti e dieci i rintocchi e proprio prima della fine sentì bussare alla sua porta. Sobbalzò dalla paura all’improvviso. Chi poteva essere a quell’ora di notte? Appoggiato il fuso nella cesta di lavoro si accinse a raggiungere la porta. Attraversò il lungo corridoio buio e freddo.” Chi elo[5]?” chiese, a bassa voce per non svegliare i suoi angioletti dormienti al piano superiore. Una voce roca dall’esterno le disse: “Son to comare[6]. Son vegnuda a catate parchè sta sera no son bona da vormì[7]”. La giovane aprì la porta. Sua “comare” aveva la voce stanca. “Che fatu[8]?” Le chiese. “Eve drio a filà per pasame al temp, gnenca mi son bona da vormì[9]. Sua “comare” la rimproverò. “Satu che la sera della befana no se laora e no se và a strof[10]?” Con sguardo cupo e minaccioso. La giovane intimorita dall’ espressione disapprovante della comare si scusò per aver ceduto alla mole di lavoro. “Intant che spieteve da invormenfame ei pensà da portame indavant col laoro[11]”. “Te dae na man alora, così se fon compagnia[12]”. Le rispose la vecchia. Si avviarono, una davanti all’altra, dentro al Larin[13]. Sedutesi sul divanetto a muro, imbottito di morbidi cuscini, abbracciato dal lungo tavolo da lavoro ricominciarono a far filò in silenzio. Il loro lavorare veniva interrotto solo poche volte dalla lieve voce roca della vecchia comare che continuava a scuotere il capo chiedendo se finalmente non fosse ora di smettere. La giovane però continuava per poter ultimare la filatura. Lo sguardo della comare si faceva sempre più cupo. I suoi occhi erano cerchiati da un alone scuro. Le sue pupille, dilatate. Il suo iride sembrava, ora, inesistente. I suoi occhi, ora, sembravano rossi. La stava fissando. Respirava affannosamente. L’ira la stava assalendo. “Statu ben[14]?” Nessuna risposta. Continuava a fissarla. Ora le mani, ora il volto, ora di nuovo le mani. La giovane, basita e spaventata, fece accidentalmente scivolare il fuso dalle sue mani tremolanti. Questo, rotolando a saltelli, finì sotto il tavolo. La vecchia non distoglieva lo sguardo. La giovane si chinò per prendere il rocchetto. Allungò la mano. “Ma avelo vù[15]?” A tastoni non trovandolo, alzò con la mano sinistra la tovaglia. Eccolo. Fece per afferrarlo quando i suoi occhi videro le gambe della comare. Rimase immobile per qualche istante. Pietrificata si sentì perduta. Cercò di rimanere calma. I piedi. I suoi piedi. La comare non era sua comare. I suoi piedi non erano piedi. Erano zoccoli. Le sue gambe erano quelle di una capra. “Oh Signòr giuteme ti[16]”. Ripeté tra sé e sé. La vecchia, appena si rialzò da sotto il tavolo, la guardò con ciglio inquietante e la giovane alzandosi dal divano le disse: “Vae a ciò uncora un puochi de fus[17]. No ei son. Continuon a laorà, spieteme qua. Stae puoc[18]”. La vecchia la seguiva con lo sguardo. La giovane, non appena fuori dal Larin, salì velocemente le scalette nervate che portavano alle camere. Aprì la porta della stanza da letto e con un sol balzo si coricò tra i suoi adorati figlioli. Pregava. Pregava che quella vecchia, anima dannata, se ne andasse. Pregava, promettendo di non lavorare più in quella notte. Pregava, per potersi salvare dalla dannazione. Pregava mentre sentì il calpestio degli zoccoli fare lentamente uno ad uno gli scalini di legno che al suo passare scricchiolavano. Sembravano urlare di paura. Pregava, ancora, quando il rumore degli zoccoli si fermò lì, proprio lì, davanti alla sua stanza. La porta si aprì. Piano. Si aprì. Due passi ancora e due occhi infiammati fissavano l’interno della stanza. I bambini dormivano. Lei, pregava. Terrorizzata. Ave Maria. Ripeteva. Ave Maria. Guardava la porta. Guardava quegl’occhi rossi. Ora, piangeva. Strinse il rosario, nascosto sotto i cuscini, tra le sue dita. Pregava. Il respiro estraneo le accarezzava il volto come un vento gelido. La voce le disse: “Fortuna toa che te sé in mef ai to angiolin se no te pestares come al fiorin[19]”. Il suo cuore scoppiò. Il sangue pulsava, ancora. La Legrosega evaporò in un banco di nebbia fine. Il suo canto eccheggiava ancora tra i monti della vallata: “gingin gingin gingin stoff da carne de cristianin, tante pére par cheste strade quanti tosàt che vuoi magname” . Da lì era venuta per punire con il sonno eterno chi la notte dell’Epifania lavora o se ne va in giro.

[1] Piera: sasso caratteristico del Borgo ancora ben visibile in tutto il paese.

[2] Codolà: caratteristica pavimentazione delle vie del paese.

[3] Laip: tipica fontana di piazza oggi non più visibile a causa della loro distruzione da parte della vecchia amministrazione comunale che al loro posto ha voluto costruire dei bei parcheggi panoramici. (chiamo in soccorso i beni Culturali e il FAI che dovrebbero poter essere a conoscenza di questi sfregi della storia di questi borghi d’Italia).

[4] Lastricato tipico di casso fatto di porfido.

[5] Chi è?

[6] Sono tua comare/compagna/madrina/amica.

[7] Sono venuta a trovarti perché stasera non riesco a dormire.

[8] Cosa fai?

[9] Stavo filando per passare il tempo, neanche io riesco a dormire.

[10] Lo sai che nella notte dell’ Epifania non si può lavorare né andare in giro?

[11] Mentre attendevo di addormentarmi ho pensato fosse un’ottima idea portarmi avanti col lavoro.

[12] Ti do una mano allora, così ti faccio compagnia.

[13] Stanza tipica delle case di casso dove veniva acceso il focolare. Solitamente erano a pianta circolare con il focolare posizionato nel centro.

[14] Stai bene?

[15] Ma dove è finito?

[16] Oh Signore, aiutami tu.

[17] Vado a prendere altra lana da filare.

[18] Non ho sonno. Continuiamo il lavoro. Aspettami qui. Ci metto un secondo.

[19] Fortuna tua che sei in mezzo ai tuoi angioletti altrimenti ti pesterei fino a farti diventare polvere di fieno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Theròseghe, buffe creature che stregano Erto

Dal 27 dicembre 2017 al 31 gennaio 2018 le Theròseghe hanno deciso di tornare durante le festività invernali di quest’anno e il paese si prepara a decorare le vie del centro storico e l’abitato nuovo di Erto con vestiti colorati, scope di saggina e l’immancabile sagoma del profilo furbetto della Theròsega, uniti alla fantasia e all’abilità degli ertani. L’ispirazione viene ovviamente dal racconto popolare della Theròsega di Erto, che tutti gli abitanti conoscono bene e tramandano di famiglia in famiglia: la Theròsega incontra ogni inverno San Giovanni e ogni volta lo prega di essere battezzata. San Giovanni accetta e le chiede di andare a prendere l’acqua per poterla benedire e procedere al battesimo. La Theròsega corre a rifornirsi di acqua ma, decidendo di riposarsi un po’ prima di tornare dal Santo, si addormenta fino al mattino dopo e perde l’occasione di essere battezzata. Ci riproverà l’anno dopo: un modo per sottolineare la ciclicità degli eventi ma anche per segnare l’attesa delle tanto attese festività natalizie. L’Ecomuseo Vajont anche quest’anno racconta l’invasione delle Theròseghe sui suoi social network, in particolare sulla pagina Facebook www.facebook.com/ecomuseovajont, dove sarà possibile scoprirle e i luoghi del paese dove sono nascoste, ma anche pubblicare foto e lasciare commenti riguardanti l’evento. Facendo sempre attenzione a non offendere la sensibilità delle capricciose, lunatiche e bacchettone Theròseghe di Erto, non si sa mai che abbiano pronto del carbone da farvi trovare nella calza il giorno dell’Epifania.

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Buone feste dall’Ecomuseo Vajont

Una favola ertana natalizia per augurare a tutti voi Buone Feste! Dopo l’intensità degli ultimi mesi, il Simposio di scultura 2017 con i suoi incredibili partecipanti e i tanti eventi correlati, il meraviglioso concert de dessin “E tornerem a baita” e la sede dell’Ecomuseo che accoglie sempre tanti visitatori, c’era proprio bisogno della calma atmosfera del Natale, calda e luminosa come le lucine che decorano finestre e alberi di Erto. E’ stato un periodo intenso che ha impegnato le forze ma anche rincuorato l’animo con tante soddisfazioni. Con l’augurio di passare un Buon Natale nelle vostre casette come la chiocciolina della Valcassana, vi diamo appuntamento a fine dicembre e nell’anno nuovo con le Theròseghe che presto, molto presto, si avventureranno in paese a bordo delle loro scope, cariche di carbone e irriverenza, ma anche di autenticità, fantasia e bellezza.

 Il ragno e la chiocciola

C’era una volta una stalla in Valsciasàna e in quella stalla era nato il Bambino Gesù. Sotto le travi, un ragno e una chiocciola osservavano la gente che veniva a trovarlo. Il ragno disse alla chiocciola: “Scendo anch’io a vedere il Bambino”. La timida chiocciolina gli domandò: “Come fai a scendere?”  “Oh, io ho il mio filo e ce la faccio.” “Porta anche me”. E il ragno prepotente: “Figurati, io sul mio filo non porto nessuno.” E partì. Giunto a terra, la Madonna  gli chiese: “Eri da solo lassù?” “No, non ero solo. C’era anche la chiocciola, ma io sul mio filo non porto nessuno.” La Madonna gli fece segno di mettersi da parte e poi chiamò l’asino e gli disse: “Alzati in piedi, in punta di piedi, alza anche le orecchie.” L’asino, quando alzò le orecchie arrivò sotto il soffitto. La  Madonna  intanto parlò con la chiocciola: “Sali sull’orecchio dell’asino e così potrai scendere per vedere il Bambino.” Poi invitò l’asino ad inginocchiarsi e l’asino s’inginocchiò. Quando abbassò la testa e  le orecchie, la chiocciola scese e la Madonna mostrò a lei e al ragno, il Bambino Gesù. Dopo  parlò con il ragno: “Ragno prepotente ti castigo, dovrai rimanere tutto l’ inverno in un angolino al freddo, a tessere la ragnatela. E invece a te, chiocciola buona e brava, regalo una casetta e così starai tutto l’inverno al calduccio fino a quando tornerà la buona stagione.”

Magaréta de l’ Alba

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L’unione delle arti all’11 Simposio di Erto, la continuità di vita in un intreccio di arte, parole e musica

È un Simposio tutto all’insegna della varietà artistica l’undicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso, che si tiene il 13, 14 e 15 ottobre 2017, dopo le doverose manifestazioni a ricordo del disastro del Vajont avvenuto il 9 ottobre 1963. La tematica è come sempre la continuità di vita, collegata quest’anno alle diverse forme ed espressioni che essa può assumere nelle varie arti, una pluralità che si mostra anche nella molteplicità degli eventi proposti.

 

L’undicesima edizione del Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont di Erto in collaborazione con il Comune, la Proloco e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – si svolge il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Come sempre una data simbolica, che segue l’anniversario della catastrofe del Vajont per sottolineare l’importanza della continuità dopo le sciagure e le tragedie, non solo quelle del passato ma anche quelle che oggi accadono quotidianamente nel mondo, ancora troppo numerose. Ma la molteplicità si mostra anche nei lati luminosi della fantasia ed è proprio per celebrare la varietà delle espressioni artistiche che quest’anno il Simposio offre spazio alle diverse arti. Gli scultori, come da tradizione, hanno tempo di realizzare le loro opere a partire dalla mattina del venerdì 13 fino al pomeriggio della domenica 15 ottobre. Quest’anno il legno scelto è il larice e le opere verranno donate all’Ecomuseo Vajont per realizzare un nuovo percorso artistico all’aperto. Protagonista è anche la fotografia, con il concorso Instagram indetto dall’Ecomuseo per gli appassionati di quest’arte. Durante le tre giornate, non mancano gli eventi collaterali che da anni arricchiscono il Simposio. Anch’essi vogliono sottolineare la fusione fra le varie arti: si parte venerdì 13 ottobre, alle 20.30 presso il Centro Visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane, dove la letteratura si mescola alla musica nell’emozionante presentazione-spettacolo del libro Quasi niente, condotta dai suoi autori, lo scrittore Mauro Corona e il musicista Luigi Maieron. Prima dell’inizio, viene proiettato un video dedicato a Erto, con un messaggio di profondo interesse per gli abitanti e i visitatori che amano il paese friulano e la sua storia. Una serata da non perdere quindi, come quella di sabato 14 ottobre: presso il  Centro Visite alle 18.00 viene presentato il libro In meno di quattro minuti assieme al suo autore, Giuseppe Vazza, che ha scritto una testimonianza preziosa sulla strage del Vajont. Ma gli eventi cui vale la pena di assistere non sono finiti: domenica 15 ottobre il pubblico, mentre ammira le opere degli artisti al lavoro – quest’anno i nomi sono Sara Andrich, Francesco Berton, Corrardo Clerici, Lorenzo Crimella, Adriano Danzo, Italo De Gol, Mauro Ferrari, Gianpaolo Pasini, Luca Tassone, Vladimiro Tessaro, Gianni Tosi, Domenico Travaglia, Maurizio Villari – può anche cimentarsi con il coinvolgente laboratorio Intrecci di mani e di legno, condotto dall’artista Italo De Gol dove chi vuole può provare a scolpire su legno, a partire dalle 9.00 sempre in via IX ottobre. Alle 11.00 invece, ha luogo la suggestiva manifestazione Un ErtoinCanto che quest’anno porta i lettori nella località Le Spesse (a pochi chilometri dal centro abitato) per leggere Ti rivedrò con gli occhi della memoriadi Doris Filippin, un incontro fra lettura e scrittura per parole che tornano a vivere nei luoghi da dove sono partite. Colori e profumi si mischiano poi per tutta la domenica durante la Fiera d’autunno, il mercatino di prodotti tipici lungo le vie del Centro Storico.Il Simposio si conclude in via IX ottobre in un’armonia di arte e musica: divertimento e improvvisazione musicale si diffondono per la via a partire dalle 14.00 con il concerto dei sorprendenti Small Paradise, gruppo funk jazz composto da Aldo Betto alla chitarra, Nicola Dal Bo all’organo elettrico, Roberto Buttignol alla batteria. Alle 16.00 gran finale con la presentazione delle opere a cura degli artisti. Tante arti e tanti eventi quest’anno al Simposio di Erto, per rischiarare un unico valore esistenziale di cui si fa portavoce: la continuità della vita e della speranza.

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Il programma dell’11 Simposio di Erto e Casso

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso si tiene quest’anno il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Ecco il programma dettagliato:

venerdì 13 ottobre 2017 via IX ottobre 1963

scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 20.30 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane musica e parole tra le pagine del libro “Quasi niente”, con la presenza degli autori Mauro Corona e Luigi Maieron

sabato 14 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 18.00 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane presentazione del libro “In meno di quattro minuti”, testimonianza sul Vajont: la strage e l’umiliazione, con la presenza dell’autore Giuseppe Vazza

domenica 15 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 artisti al lavoro centro storico di Erto

Fiera d’autunno, mercatino di prodotti tipici

ore 9.00 via IX ottobre 1963 intrecci di mani e di legno: anche tu puoi provare a scolpire con l’artista Italo De Gol

ore 11.00 Località Le Spesse Un Erto inCanto: lettura del libro “Ti rivedrò con gli occhi della memoria” per parole che tornano a vivere nei luoghi

ore 14.00 via IX ottobre 1963 concerto degli Small Paradise con Aldo Betto Nicola Dal Bo Roberto Buttignol Giovanni Tamburini

ore 16.00 via IX ottobre 1963 presentazione delle opere a cura degli artisti

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Simposio di Erto 2017

Il 13, 14, 15 ottobre 2017 avrà luogo l’undicesima edizione del Simposio di Erto. La tematica del Simposio è come sempre la continuità di vita: il rumore degli scalpelli al lavoro riecheggerà simbolicamente per tre giorni, dopo il silenzio dovuto al ricordo della catastrofe del Vajont, avvenuta il 9 ottobre 1963. L’idea di un futuro possibile dopo le sciagure vuol essere rivolto anche a tutto ciò che sta avvenendo attualmente nel mondo, con espressioni di continuità che quest’anno formeranno un intreccio di arte, musica e parole, con l’intento di mescolare la bellezza del creare. Per meglio illuminare questo concetto, le iniziative del Simposio 2017 saranno tutte legate dal fil rouge della fusione fra scultura, pittura, musica e letteratura. Per la prima volta il Simposio si apre anche ai PITTORI: domenica 15 ottobre, nella fascia compresa fra le 10.00 e le 16.00, avrà luogo infatti il Simposio dei pittori: vi sarà donata la tela (delle dimensioni 30×50) e la vostra opera rimarrà all’Ecomuseo affinché i nostri visitatori possano cogliere tra i colori un nuovo messaggio di continuità di vita. Agli scultori partecipanti verrà fornito un tronco di larice (140 cm di altezza e 45 cm di diametro circa) per creare un nuovo percorso artistico all’aperto. Scultori e pittori, se interessati, potete comunicarcelo scrivendo sulla pagina Facebook o all’e-mail: ufficio@ecomuseovajont.net entro e non oltre venerdì 22 settembre 2017.

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Frammenti di memoria, maternità e infanzia di un tempo

L’immagine di un bambino accoccolato nella gerla preparata come fosse una culla, una cesta posta sul carretto e una ninna-nanna ritmata da un cigolio di ruote su strade bianche ci danno l’idea, più di ogni altra parola, del mondo dei piccoli. Le mamme erano donne che per integrare il bilancio familiare, lasciavano il paese, a piedi, tirando un carretto carico di utensili di legno, portando anche i figli con sé.

 Noi piccoli sembravamo in un nido dentro al carretto. (Maria de Stelìn)

Ci sono figli che sono  nati in Liguria, in Valle d’Aosta, nel Trentino…

I certificati di nascita delineano la geografia delle maternità, nei fienili dove avevano chiesto ospitalità, per le strade, dentro ad un carretto.

 Io sono nata a Rivarolo Ligure perché mia mamma la girava da quelle parti. Sono nata in una stalla come Gesù Cristo a Betlemme in una mangiatoia. L’ è stata do tre giorni sulla paia e dopo mi ha messo dentro in ta la gerla e con la roba davanti andava a girar. (Maucan -  tratto da “Le ultime sedonére della Valcellina”, Anna Leo)

 

E poi davanti avevamo la cesta utilizzata per riporre la roba da vendere. Quando mi nacque la bambina c’era invece la sua cesta per metterla a dormire(Maria de Stelìn)

E in paese le donne partorivano nel campo o nel prato e subito si rimettevano al lavoro. Il parto infatti era un evento naturale, al mèl deśmentigión. La maggior parte dei bambini nasceva in casa, ma anche la stalla era un luogo privilegiato, il fiato delle mucche riscaldava l’ambiente soprattutto quando fuori il freddo pungeva. Il medico  interveniva solo in casi estremi ed il prezzo da pagare per andare in ospedale non molti se lo potevano permettere.

La placenta, la mère veniva sotterrata nella concimaia.

L’esperienza delle donne che avevano già avuto figli, era messa a disposizione delle future madri. Ricorre in particolare il ricordo di Maria de Gnan, chiamata l’angelo bianco  per la sua disponibilità, pazienza, e bravura; in lei era riposta la fiducia nel mettere al mondo i bambini. Soltanto negli anni trenta, in paese arriva la  prima levatrice, Oro Amalia, conosciuta da tutti come Giorgetta, seguita poi da Vilma Peloso, Elsa che fu sepolta nel cimitero di Erto e l’ultima, Eva Pielli. Abitava a Cimolais e aveva continuato a prendersi cura dei neonati, aiutando la puerpera la paiolàna, in casa, quando ormai i bambini nascevano in ospedale.

Era la futura mamma, insieme alle donne di casa, che confezionava il corredino composto dalle camicine da pelle, sciameśìne da pél, e dalla cuffietta in  cotone, checìna, dalle maglie, dalle calze e dal berrettino di  lana lavorata  in casa,  scartedhàda e filàda. Neppure i pannolini si compravano ma erano ricavati da pezzi di tela tagliati e cuciti.

Camicie e cuffiette rimandano all’abilità nell’arte del ricamo e nell’impreziosire il corredino con pizzi e merletti. Era consuetudine fasciare, fasè,il bambino come una piccola mummia, solo così sarebbe cresciuto dritto e sano. Tra le fasce, fàse, veniva posto un rametto d’ulivo per ingraziarsi la benedizione del cielo.

Anche le medagliette infilate in un ago di sicurezza o l’àbeth, un piccolo reliquiario, dove l’immagine del Santo o altri parti a lui appartenute erano racchiuse in due lembi di stoffa, proteggevano il piccolo.

Quando erano un po’ cresciuti, seguivano le madri a dhi a girè  e andavano a mòcoi, a carità.

Io quando ero piccola ed ero con mia madre andavo a carità. Di mattina per la colazione, a mezzogiorno per il pranzo e la sera per la cena. (Giota)

Avevo il mio sacchetto e prendevo quello che mi davano. (Maria)

A volte invece i più grandicelli accudivano i più piccoli, rimanendo presso le famiglie dove la mamma aveva chiesto ospitalità, con la raccomandazione di aiutare i contadini nei loro lavori.

 Io che ero più grande, rimanevo dai contadini a badare ai miei fratelli, la mamma tornava la sera, mio papà invece rimaneva via anche quattro o cinque giorni. Faceva giri lontani.

 Nel loro girovagare trovavano persone solidali che offrivano anche del vestiario.

 Non avertene a male, è con gli stracci che si allevano i bambini. (Giota)

La maternità portava con sé riti e superstizioni.

La donna incinta, per non rischiare il soffocamento del bambino non doveva portare collane o legarsi cinture in vita.

Il rituale della bucatura dell’uovo con un ago da calza favoriva la rottura delle acque e quindi, secondo la credenza, accelerava il parto.

Non si poteva toccare la terra per non rischiare di perdere il latte.

La mamma non poteva pasè le straśégne cioè uscire di casa se non dopo aver ricevuto una speciale benedizione. Questo rito era chiamato dhi a dìaśa. Avviatasi verso la chiesa con una candela accesa non poteva voltarsi indietro perché sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto al neonato. Il parroco l’attendeva sulla porta, le offriva la stola e l’accompagnava all’altare della Madonna. Purificata, la donna era poi degna di assistere alla Santa Messa. In quest’occasione si elargiva un’offerta in denaro per la chiesa.

Sant’Antonio era uno dei Santi a cui affidare i propri bisogni e porre la speranza in un miracolo.

La devozione ai Santi trova la massima espressione nei bambini vestiti da frate.

La madre dopo la morte di più figli, si recava a Padova con l’ultimo nato e faceva un voto a Sant’Antonio per invocarne la protezione: per tredici mesi e tredici giorni, il piccolo avrebbe indossato il saio. Questo rito lo ritroviamo anche in seguito alla guarigione da una brutta malattia di bambini più grandicelli: in questo caso, il sacrificio di portare il saio richiedeva tempi più lunghi.

La culla, la cuna, rispecchiava la creatività di nonni o di papà, quindi poteva essere più o meno povera, più o meno semplice e decorata; la sostituiva la cesta, la thésta, in vimine. Entrambe avevano al paión il tipico materassino costituito da una tela  o da un sacco di iuta, riempiti di brattee, foglie di granoturco, le fuiòle, conservate nel momento della pulitura delle pannocchie per poi passare alla sgranatura.

La mamma cullava,  la sàsava o la cunàva, la nanàva, il piccolo, cantando la ninna nanna:

Nina nana bél pupìn

che tó mamma l’ é dhùda al molìn.

La te porta un petutìn

tó t’al mange bél solìn.

Allattavano, le tetàva, i neonati donando il latte anche ad altri bambini, nel caso le loro mamme non ne avessero; il latte di capra poteva sostituire quello materno.

Per le infezioni al seno, un sacchetto pieno di fiorìn (rimasugli di fieno rimasti sul fienile) imbevuto d’acqua calda, portava sollievo e risanava le ferite.

Il brodo di gallina aiutava la mamma a riprendersi in fretta e ad avere latte sufficiente per il figlio.

La prima pappa invece era la sópa, preparata facendo bollire acqua, pane, olio e burro.

Il ciuccio era confezionato con uno straccetto legato a mo’ di caramella  riempito di zucchero o miele e burro.

Nello spaségio muoveva i primi passi, sostituito nel tempo dal girél in legno e con le ruote. Man mano che cresceva, il bambino calzava i scufóns e poi le sue prime scarpe: le dàmede con la suola di legno e la tomaia in cuoio.

Il rito del battesimo, celebrato entro otto giorni dalla nascita, prevedeva la presenza dei sèntoi, i padrini e le madrine che portavano in chiesa il neonato e si ricordavano ogni anno primo dell’anno del loro figlioccio,  recandosi in casa con un dono: la bòna man.

La mortalità infantile era elevata a causa della mancanza di medicine adeguate per combattere le infezioni e i neonati che non avevano ricevuto il battesimo trovavano sepoltura nel limbo, un piccolo giardino che si apriva lungo il perimetro del cimitero.

Il primo ad essere battezzato dopo la Pasqua doveva regalare un capretto al sacerdote.

Nella scelta del nome c’era l’usanza di resólì, cioè di dare al nascituro il nome dei nonni oppure si ricorreva al nome di qualcheSanto che lo avrebbe protetto.

Un astuccio di legno, la mollica di pane per cancellare, la penna col pennino, una cartella di stracci e sotto il braccio un legnetto per contribuire a riscaldare l’aula ed il bambino andava a scuola. Frequenze saltuarie poiché in primavera avvenivano le partenze, iniziava la stagione delle vendite con il carretto, ed i bambini seguivano le loro mamme.

 Io ho frequentato poco la scuola. Quando ero in paese, mi mandavano a scuola, frequentavo la prima e in primavera mia madre ripartiva, non aspettava la fine, così nel novembre successivo ero di nuovo nella stessa classe. (Maria de Stelìn)

 In qualche caso i bambini frequentavano la scuola nei paesi dove i genitori si fermavano a  lungo a vendere.

 

Thìa de Pinco, Maria de Caporàl, Magaréta de l’Alba hanno tramandato nel tempo una preghiera:

Signèur benedét

se méi dat al bondì

dìme àign la bòna nùat,

a mi, a mi óma, a duta la me dhèint

e a duis i cristiàns dal mónt.

Idio g’é déa la pès

ai vif e ai pòre mòrth,

chi posa pregè par nós e nós par lèur.

 

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso
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La magia del legno che ridiventa carbone

La carbonaia, al pojàt, è stata costruita – sarebbe meglio dire ricostruita – in un antico spiazzo che accoglie la sua struttura conica fatta di strati di legna, foglie e terra. È stata accesa in un pomeriggio di sole che inaspettatamente è diventato uno di quegli acquazzoni estivi che sorprende e rinfresca la Val Mesàth ed ora aspetta, calda e quieta, di compiere la sua millenaria magia: la magia del pojàt. Passeranno diversi giorni e svariate notti durante i quali la carbonaia sarà tenuta costantemente sotto controllo per assicurarsi che funzioni, mangi, respiri con regolarità, produca appunto quella magia che, lo sapevano bene gli antichi carbonai che lavoravano in queste terre, trasforma, letteralmente, il legno in carbone e verrà conservato nel cuore della carbonaia fino alla sua apertura. Si deve lasciar trascorrere il tempo necessario, non bisogna avere fretta affinché la carbonaia riveli il suo tesoro, nato da una sapienza e da un ingegno tutti umani, ma ancora rispettosi del bosco, dei suoi tempi e della sua armonia. Questo incanto rivive a Erto seguendo la lentezza di ritmi e saperi dimenticati, o quasi. Quasi, perché ci sono ancora persone che, senza pensare troppo al passare fulmineo del tempo, riescono a catturarlo dentro a momenti che paiono non esistere più, come la costruzione, l’accensione e la cura di una carbonaia realizzata ripetendo  gesti solenni rimasti immutati. Finché ci sarà qualcuno che vorrà assistere a questa meraviglia, che vorrà proteggere il ricordo di questi luoghi attraverso le antiche attività che hanno ospitato e garantito per secoli, la carbonaia potrà ripetere il suo prodigio davanti agli occhi di chi crede ancora che riappropriarsi di un tempo autentico e vivere accanto ad una natura amica possa essere ancora possibile.

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