L’unione delle arti all’11 Simposio di Erto, la continuità di vita in un intreccio di arte, parole e musica

È un Simposio tutto all’insegna della varietà artistica l’undicesimo Simposio di scultura su legno di Erto e Casso, che si tiene il 13, 14 e 15 ottobre 2017, dopo le doverose manifestazioni a ricordo del disastro del Vajont avvenuto il 9 ottobre 1963. La tematica è come sempre la continuità di vita, collegata quest’anno alle diverse forme ed espressioni che essa può assumere nelle varie arti, una pluralità che si mostra anche nella molteplicità degli eventi proposti.

 

L’undicesima edizione del Simposio di scultura su legno di Erto e Casso – organizzato dall’Ecomuseo Vajont di Erto in collaborazione con il Comune, la Proloco e il Parco Naturale Dolomiti Friulane – si svolge il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Come sempre una data simbolica, che segue l’anniversario della catastrofe del Vajont per sottolineare l’importanza della continuità dopo le sciagure e le tragedie, non solo quelle del passato ma anche quelle che oggi accadono quotidianamente nel mondo, ancora troppo numerose. Ma la molteplicità si mostra anche nei lati luminosi della fantasia ed è proprio per celebrare la varietà delle espressioni artistiche che quest’anno il Simposio offre spazio alle diverse arti. Gli scultori, come da tradizione, hanno tempo di realizzare le loro opere a partire dalla mattina del venerdì 13 fino al pomeriggio della domenica 15 ottobre. Quest’anno il legno scelto è il larice e le opere verranno donate all’Ecomuseo Vajont per realizzare un nuovo percorso artistico all’aperto. Protagonista è anche la fotografia, con il concorso Instagram indetto dall’Ecomuseo per gli appassionati di quest’arte. Durante le tre giornate, non mancano gli eventi collaterali che da anni arricchiscono il Simposio. Anch’essi vogliono sottolineare la fusione fra le varie arti: si parte venerdì 13 ottobre, alle 20.30 presso il Centro Visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane, dove la letteratura si mescola alla musica nell’emozionante presentazione-spettacolo del libro Quasi niente, condotta dai suoi autori, lo scrittore Mauro Corona e il musicista Luigi Maieron. Prima dell’inizio, viene proiettato un video dedicato a Erto, con un messaggio di profondo interesse per gli abitanti e i visitatori che amano il paese friulano e la sua storia. Una serata da non perdere quindi, come quella di sabato 14 ottobre: presso il  Centro Visite alle 18.00 viene presentato il libro In meno di quattro minuti assieme al suo autore, Giuseppe Vazza, che ha scritto una testimonianza preziosa sulla strage del Vajont. Ma gli eventi cui vale la pena di assistere non sono finiti: domenica 15 ottobre il pubblico, mentre ammira le opere degli artisti al lavoro – quest’anno i nomi sono Sara Andrich, Francesco Berton, Corrardo Clerici, Lorenzo Crimella, Adriano Danzo, Italo De Gol, Mauro Ferrari, Gianpaolo Pasini, Luca Tassone, Vladimiro Tessaro, Gianni Tosi, Domenico Travaglia, Maurizio Villari – può anche cimentarsi con il coinvolgente laboratorio Intrecci di mani e di legno, condotto dall’artista Italo De Gol dove chi vuole può provare a scolpire su legno, a partire dalle 9.00 sempre in via IX ottobre. Alle 11.00 invece, ha luogo la suggestiva manifestazione Un ErtoinCanto che quest’anno porta i lettori nella località Le Spesse (a pochi chilometri dal centro abitato) per leggere Ti rivedrò con gli occhi della memoriadi Doris Filippin, un incontro fra lettura e scrittura per parole che tornano a vivere nei luoghi da dove sono partite. Colori e profumi si mischiano poi per tutta la domenica durante la Fiera d’autunno, il mercatino di prodotti tipici lungo le vie del Centro Storico.Il Simposio si conclude in via IX ottobre in un’armonia di arte e musica: divertimento e improvvisazione musicale si diffondono per la via a partire dalle 14.00 con il concerto dei sorprendenti Small Paradise, gruppo funk jazz composto da Aldo Betto alla chitarra, Nicola Dal Bo all’organo elettrico, Roberto Buttignol alla batteria. Alle 16.00 gran finale con la presentazione delle opere a cura degli artisti. Tante arti e tanti eventi quest’anno al Simposio di Erto, per rischiarare un unico valore esistenziale di cui si fa portavoce: la continuità della vita e della speranza.

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Il programma dell’11 Simposio di Erto e Casso

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso si tiene quest’anno il 13, 14 e 15 ottobre 2017. Ecco il programma dettagliato:

venerdì 13 ottobre 2017 via IX ottobre 1963

scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 20.30 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane musica e parole tra le pagine del libro “Quasi niente”, con la presenza degli autori Mauro Corona e Luigi Maieron

sabato 14 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 scultori al lavoro dal mattino alla sera

ore 18.00 Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane presentazione del libro “In meno di quattro minuti”, testimonianza sul Vajont: la strage e l’umiliazione, con la presenza dell’autore Giuseppe Vazza

domenica 15 ottobre 2017

via IX ottobre 1963 artisti al lavoro centro storico di Erto

Fiera d’autunno, mercatino di prodotti tipici

ore 9.00 via IX ottobre 1963 intrecci di mani e di legno: anche tu puoi provare a scolpire con l’artista Italo De Gol

ore 11.00 Località Le Spesse Un Erto inCanto: lettura del libro “Ti rivedrò con gli occhi della memoria” per parole che tornano a vivere nei luoghi

ore 14.00 via IX ottobre 1963 concerto degli Small Paradise con Aldo Betto Nicola Dal Bo Roberto Buttignol Giovanni Tamburini

ore 16.00 via IX ottobre 1963 presentazione delle opere a cura degli artisti

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Simposio di Erto 2017

Il 13, 14, 15 ottobre 2017 avrà luogo l’undicesima edizione del Simposio di Erto. La tematica del Simposio è come sempre la continuità di vita: il rumore degli scalpelli al lavoro riecheggerà simbolicamente per tre giorni, dopo il silenzio dovuto al ricordo della catastrofe del Vajont, avvenuta il 9 ottobre 1963. L’idea di un futuro possibile dopo le sciagure vuol essere rivolto anche a tutto ciò che sta avvenendo attualmente nel mondo, con espressioni di continuità che quest’anno formeranno un intreccio di arte, musica e parole, con l’intento di mescolare la bellezza del creare. Per meglio illuminare questo concetto, le iniziative del Simposio 2017 saranno tutte legate dal fil rouge della fusione fra scultura, pittura, musica e letteratura. Per la prima volta il Simposio si apre anche ai PITTORI: domenica 15 ottobre, nella fascia compresa fra le 10.00 e le 16.00, avrà luogo infatti il Simposio dei pittori: vi sarà donata la tela (delle dimensioni 30×50) e la vostra opera rimarrà all’Ecomuseo affinché i nostri visitatori possano cogliere tra i colori un nuovo messaggio di continuità di vita. Agli scultori partecipanti verrà fornito un tronco di larice (140 cm di altezza e 45 cm di diametro circa) per creare un nuovo percorso artistico all’aperto. Scultori e pittori, se interessati, potete comunicarcelo scrivendo sulla pagina Facebook o all’e-mail: ufficio@ecomuseovajont.net entro e non oltre venerdì 22 settembre 2017.

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Frammenti di memoria, maternità e infanzia di un tempo

L’immagine di un bambino accoccolato nella gerla preparata come fosse una culla, una cesta posta sul carretto e una ninna-nanna ritmata da un cigolio di ruote su strade bianche ci danno l’idea, più di ogni altra parola, del mondo dei piccoli. Le mamme erano donne che per integrare il bilancio familiare, lasciavano il paese, a piedi, tirando un carretto carico di utensili di legno, portando anche i figli con sé.

 Noi piccoli sembravamo in un nido dentro al carretto. (Maria de Stelìn)

Ci sono figli che sono  nati in Liguria, in Valle d’Aosta, nel Trentino…

I certificati di nascita delineano la geografia delle maternità, nei fienili dove avevano chiesto ospitalità, per le strade, dentro ad un carretto.

 Io sono nata a Rivarolo Ligure perché mia mamma la girava da quelle parti. Sono nata in una stalla come Gesù Cristo a Betlemme in una mangiatoia. L’ è stata do tre giorni sulla paia e dopo mi ha messo dentro in ta la gerla e con la roba davanti andava a girar. (Maucan -  tratto da “Le ultime sedonére della Valcellina”, Anna Leo)

 

E poi davanti avevamo la cesta utilizzata per riporre la roba da vendere. Quando mi nacque la bambina c’era invece la sua cesta per metterla a dormire(Maria de Stelìn)

E in paese le donne partorivano nel campo o nel prato e subito si rimettevano al lavoro. Il parto infatti era un evento naturale, al mèl deśmentigión. La maggior parte dei bambini nasceva in casa, ma anche la stalla era un luogo privilegiato, il fiato delle mucche riscaldava l’ambiente soprattutto quando fuori il freddo pungeva. Il medico  interveniva solo in casi estremi ed il prezzo da pagare per andare in ospedale non molti se lo potevano permettere.

La placenta, la mère veniva sotterrata nella concimaia.

L’esperienza delle donne che avevano già avuto figli, era messa a disposizione delle future madri. Ricorre in particolare il ricordo di Maria de Gnan, chiamata l’angelo bianco  per la sua disponibilità, pazienza, e bravura; in lei era riposta la fiducia nel mettere al mondo i bambini. Soltanto negli anni trenta, in paese arriva la  prima levatrice, Oro Amalia, conosciuta da tutti come Giorgetta, seguita poi da Vilma Peloso, Elsa che fu sepolta nel cimitero di Erto e l’ultima, Eva Pielli. Abitava a Cimolais e aveva continuato a prendersi cura dei neonati, aiutando la puerpera la paiolàna, in casa, quando ormai i bambini nascevano in ospedale.

Era la futura mamma, insieme alle donne di casa, che confezionava il corredino composto dalle camicine da pelle, sciameśìne da pél, e dalla cuffietta in  cotone, checìna, dalle maglie, dalle calze e dal berrettino di  lana lavorata  in casa,  scartedhàda e filàda. Neppure i pannolini si compravano ma erano ricavati da pezzi di tela tagliati e cuciti.

Camicie e cuffiette rimandano all’abilità nell’arte del ricamo e nell’impreziosire il corredino con pizzi e merletti. Era consuetudine fasciare, fasè,il bambino come una piccola mummia, solo così sarebbe cresciuto dritto e sano. Tra le fasce, fàse, veniva posto un rametto d’ulivo per ingraziarsi la benedizione del cielo.

Anche le medagliette infilate in un ago di sicurezza o l’àbeth, un piccolo reliquiario, dove l’immagine del Santo o altri parti a lui appartenute erano racchiuse in due lembi di stoffa, proteggevano il piccolo.

Quando erano un po’ cresciuti, seguivano le madri a dhi a girè  e andavano a mòcoi, a carità.

Io quando ero piccola ed ero con mia madre andavo a carità. Di mattina per la colazione, a mezzogiorno per il pranzo e la sera per la cena. (Giota)

Avevo il mio sacchetto e prendevo quello che mi davano. (Maria)

A volte invece i più grandicelli accudivano i più piccoli, rimanendo presso le famiglie dove la mamma aveva chiesto ospitalità, con la raccomandazione di aiutare i contadini nei loro lavori.

 Io che ero più grande, rimanevo dai contadini a badare ai miei fratelli, la mamma tornava la sera, mio papà invece rimaneva via anche quattro o cinque giorni. Faceva giri lontani.

 Nel loro girovagare trovavano persone solidali che offrivano anche del vestiario.

 Non avertene a male, è con gli stracci che si allevano i bambini. (Giota)

La maternità portava con sé riti e superstizioni.

La donna incinta, per non rischiare il soffocamento del bambino non doveva portare collane o legarsi cinture in vita.

Il rituale della bucatura dell’uovo con un ago da calza favoriva la rottura delle acque e quindi, secondo la credenza, accelerava il parto.

Non si poteva toccare la terra per non rischiare di perdere il latte.

La mamma non poteva pasè le straśégne cioè uscire di casa se non dopo aver ricevuto una speciale benedizione. Questo rito era chiamato dhi a dìaśa. Avviatasi verso la chiesa con una candela accesa non poteva voltarsi indietro perché sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto al neonato. Il parroco l’attendeva sulla porta, le offriva la stola e l’accompagnava all’altare della Madonna. Purificata, la donna era poi degna di assistere alla Santa Messa. In quest’occasione si elargiva un’offerta in denaro per la chiesa.

Sant’Antonio era uno dei Santi a cui affidare i propri bisogni e porre la speranza in un miracolo.

La devozione ai Santi trova la massima espressione nei bambini vestiti da frate.

La madre dopo la morte di più figli, si recava a Padova con l’ultimo nato e faceva un voto a Sant’Antonio per invocarne la protezione: per tredici mesi e tredici giorni, il piccolo avrebbe indossato il saio. Questo rito lo ritroviamo anche in seguito alla guarigione da una brutta malattia di bambini più grandicelli: in questo caso, il sacrificio di portare il saio richiedeva tempi più lunghi.

La culla, la cuna, rispecchiava la creatività di nonni o di papà, quindi poteva essere più o meno povera, più o meno semplice e decorata; la sostituiva la cesta, la thésta, in vimine. Entrambe avevano al paión il tipico materassino costituito da una tela  o da un sacco di iuta, riempiti di brattee, foglie di granoturco, le fuiòle, conservate nel momento della pulitura delle pannocchie per poi passare alla sgranatura.

La mamma cullava,  la sàsava o la cunàva, la nanàva, il piccolo, cantando la ninna nanna:

Nina nana bél pupìn

che tó mamma l’ é dhùda al molìn.

La te porta un petutìn

tó t’al mange bél solìn.

Allattavano, le tetàva, i neonati donando il latte anche ad altri bambini, nel caso le loro mamme non ne avessero; il latte di capra poteva sostituire quello materno.

Per le infezioni al seno, un sacchetto pieno di fiorìn (rimasugli di fieno rimasti sul fienile) imbevuto d’acqua calda, portava sollievo e risanava le ferite.

Il brodo di gallina aiutava la mamma a riprendersi in fretta e ad avere latte sufficiente per il figlio.

La prima pappa invece era la sópa, preparata facendo bollire acqua, pane, olio e burro.

Il ciuccio era confezionato con uno straccetto legato a mo’ di caramella  riempito di zucchero o miele e burro.

Nello spaségio muoveva i primi passi, sostituito nel tempo dal girél in legno e con le ruote. Man mano che cresceva, il bambino calzava i scufóns e poi le sue prime scarpe: le dàmede con la suola di legno e la tomaia in cuoio.

Il rito del battesimo, celebrato entro otto giorni dalla nascita, prevedeva la presenza dei sèntoi, i padrini e le madrine che portavano in chiesa il neonato e si ricordavano ogni anno primo dell’anno del loro figlioccio,  recandosi in casa con un dono: la bòna man.

La mortalità infantile era elevata a causa della mancanza di medicine adeguate per combattere le infezioni e i neonati che non avevano ricevuto il battesimo trovavano sepoltura nel limbo, un piccolo giardino che si apriva lungo il perimetro del cimitero.

Il primo ad essere battezzato dopo la Pasqua doveva regalare un capretto al sacerdote.

Nella scelta del nome c’era l’usanza di resólì, cioè di dare al nascituro il nome dei nonni oppure si ricorreva al nome di qualcheSanto che lo avrebbe protetto.

Un astuccio di legno, la mollica di pane per cancellare, la penna col pennino, una cartella di stracci e sotto il braccio un legnetto per contribuire a riscaldare l’aula ed il bambino andava a scuola. Frequenze saltuarie poiché in primavera avvenivano le partenze, iniziava la stagione delle vendite con il carretto, ed i bambini seguivano le loro mamme.

 Io ho frequentato poco la scuola. Quando ero in paese, mi mandavano a scuola, frequentavo la prima e in primavera mia madre ripartiva, non aspettava la fine, così nel novembre successivo ero di nuovo nella stessa classe. (Maria de Stelìn)

 In qualche caso i bambini frequentavano la scuola nei paesi dove i genitori si fermavano a  lungo a vendere.

 

Thìa de Pinco, Maria de Caporàl, Magaréta de l’Alba hanno tramandato nel tempo una preghiera:

Signèur benedét

se méi dat al bondì

dìme àign la bòna nùat,

a mi, a mi óma, a duta la me dhèint

e a duis i cristiàns dal mónt.

Idio g’é déa la pès

ai vif e ai pòre mòrth,

chi posa pregè par nós e nós par lèur.

 

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso
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La magia del legno che ridiventa carbone

La carbonaia, al pojàt, è stata costruita – sarebbe meglio dire ricostruita – in un antico spiazzo che accoglie la sua struttura conica fatta di strati di legna, foglie e terra. È stata accesa in un pomeriggio di sole che inaspettatamente è diventato uno di quegli acquazzoni estivi che sorprende e rinfresca la Val Mesàth ed ora aspetta, calda e quieta, di compiere la sua millenaria magia: la magia del pojàt. Passeranno diversi giorni e svariate notti durante i quali la carbonaia sarà tenuta costantemente sotto controllo per assicurarsi che funzioni, mangi, respiri con regolarità, produca appunto quella magia che, lo sapevano bene gli antichi carbonai che lavoravano in queste terre, trasforma, letteralmente, il legno in carbone e verrà conservato nel cuore della carbonaia fino alla sua apertura. Si deve lasciar trascorrere il tempo necessario, non bisogna avere fretta affinché la carbonaia riveli il suo tesoro, nato da una sapienza e da un ingegno tutti umani, ma ancora rispettosi del bosco, dei suoi tempi e della sua armonia. Questo incanto rivive a Erto seguendo la lentezza di ritmi e saperi dimenticati, o quasi. Quasi, perché ci sono ancora persone che, senza pensare troppo al passare fulmineo del tempo, riescono a catturarlo dentro a momenti che paiono non esistere più, come la costruzione, l’accensione e la cura di una carbonaia realizzata ripetendo  gesti solenni rimasti immutati. Finché ci sarà qualcuno che vorrà assistere a questa meraviglia, che vorrà proteggere il ricordo di questi luoghi attraverso le antiche attività che hanno ospitato e garantito per secoli, la carbonaia potrà ripetere il suo prodigio davanti agli occhi di chi crede ancora che riappropriarsi di un tempo autentico e vivere accanto ad una natura amica possa essere ancora possibile.

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Tirè al scopetón

Dopo i riti per richiamare il risveglio della natura travestendosi da uomo caprone che batteva con il bastone di frassino nella terra, o quello per esorcizzare il maligno prendendo le sembianze del diavolo o della strega, ci si toglieva la maschera di legno e il Carnevale salutava il Mercoledì delle Ceneri. È un’antica tradizione che gli ertani hanno conservato e che ripetono ogni anno, per dare l’addio al Carnevale e annunciare la Quaresima, periodo di digiuno, di penitenza e quindi di sacrificio. Ma nel suo mimare il lavoro del boscaiolo tirando un’aringa c’è anche l’esorcizzare la fatica e il magro vivere quotidiano e si ripensa a quando, in qualche casa, appesa alla catena c’era davvero l’aringa e ti facevano la spia se insaporivi più di una volta il tuo boccone di polenta. Protagonisti sono i boscaioli, gli uomini avvolti nelle loro mantelle, calzano scarponi chiodati, in testa hanno cappellacci e al collo un fazzoletto, e portano con sé gli attrezzi tipici del bosco: la barìl (barilotto per l’acqua), funi col stròth (chiodo con anello per il traino), al thapìn, (zappino), utili per il trascinamento de le tàie (dei tronchi), manére (scuri), la frétola (portantina in legno). Sul viso, alcuni portano ancora qualche segno del Carnevale, baffi dipinti e occhialoni. Dai focolari portavano fuori le catene che servivano ad appendere il paiolo per cuocere l’immancabile polenta, che insieme al formaggio, costituiva il cibo giornaliero; trascinarle per le vie polverose del paese, era occasione per togliere, in parte, la nera fuliggine. Sulla pala di un vecchio badile troneggia al scopetón, l’aringa e intorno, legate, il groviglio di corde e catene, le cui estremità sono tenute in mano dai boscaioli, che formano un lungo traino. C’è anche la presenza di una pecora, di un mulo o di una capra che aiutano l’uomo nel trascinamento. Quando tutto è pronto il corteo si avvia per le strade del paese, imitando la fatica del duro lavoro del boscaiolo che trascina il tronco, sostituito dal scopetón. Al grido del capo boscaiolo che chiama “al colpo”, tutti devono tirare con forza per fare avanzare il tronco, fingendo sforzi enormi. Ogni tanto c’è una sosta, perché dalle case escono gli abitanti per offrire cibo e vino ed alleviare in qualche modo gli stenti. Il loro arrivo è annunciato dalle grida e dai canti, ma soprattutto dallo stridio del badile e delle catene, oggi sull’asfalto e ieri sui sassi, e voci e rumori riecheggiano tra i muri di pietra.

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Le Theròseghe di Erto reinventano la tradizione

Il paesino friulano diventa teatro di un’invasione pacifica di Befane artigianali.

Si rinnova l’appuntamento con le Theròseghe di Erto, dopo il grande seguito di partecipanti e di pubblico dell’anno scorso. L’Ecomuseo Vajont di Erto (PN), infatti, anche per le festività del 2016-2017 ha pensato di coinvolgere l’intero paese nella realizzazione e nell’esposizione di tante Theròseghe, “Befane” in dialetto ertano, per festeggiare in modo originale il nuovo anno e l’Epifania. Dal 28 dicembre 2016 al 31 gennaio 2017 le vie del centro storico e quelle dell’abitato nuovo di Erto diventano il luogo magico dove scoprire e ammirare le colorate e dispettose Theròseghe di Erto. Tremate, tremate le Theròseghe sono tornate! Sono arroganti, sospettose e bacchettone. E vi porteranno solo carbone. Ma se, percorrendo il paese di Erto (PN) in questi giorni, vi imbattete in una di queste Befane, un sorriso e una fotografia potrebbero farle ravvedere. L’iniziativa che L’Ecomuseo Vajont-continuità di vita di Erto ha organizzato in occasione delle Feste 2016-2017 ha riscosso anche quest’anno un ampio successo, ispirandosi ad una figura tipica del folklore ertano: la Theròsega, una Befana protagonista di una leggenda tradizionale tramandata da tempi remoti, che la vede chiedere a San Giovanni di essere battezzata e puntualmente, ogni anno, non ce la fa. Agli abitanti del paese è stato offerto il materiale per la costruzione della propria Befana personale: profilo beffardo intagliato nel legno e sacco di iuta da decorare a piacere, secondo la fantasia e la creatività di ognuno. Ne risultano sempre, come si è visto anche l’anno scorso quando l’idea delle Befane di Erto è stata realizzata per la prima volta, Theròseghe di tutti i tipi: vestite con costumi popolari, intente ai più svariati lavori, splendenti di mille sfumature di colore e di decorazioni inedite, arrampicate o comodamente sedute su muri, balconi, vetrine, porte. Sta al visitatore fortunato o curioso scoprire tutti gli angoli del paese dove le Befane di Erto si nascondono oppure si mettono in mostra. Perché, si sa, ogni Theròsega ha il suo bel caratterino, c’è quella che preferisce ammiccare da una finestra e quella che invece ti guarda di sottecchi da dietro uno scorcio inaspettato. La “caccia” alle Theròseghe potrebbe portare anche un regalo diverso dal carbone: l’Ecomuseo ha infatti indetto un concorso in cui, il primo a fotografare e pubblicare sulla pagina Facebook dell’Ecomuseo Vajont (www.facebook.com/ecomuseovajont) la Theròsega vestita da sposa, riceverà come premio una poesia scritta dalla Befana stessa. Altri mini concorsi di questo tipo potrebbero nascere sulla pagina che ospita anche, immagini e commenti riguardanti l’apparire delle Befane di Erto. È possibile seguire sulla pagina Facebook la scoperta di ogni Theròsega, fino alla fine dell’evento, il 31 gennaio 2017. Insomma, l’inventiva non manca al paesino friulano e andare a far visita alle sue Befane potrebbe essere un modo originale di trascorrere le festività prima di rientrare a casa e affrontare l’anno nuovo, magari ripensando alle lunatiche e capricciose Theròseghe di Erto.

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Il Simposio di Erto e Casso compie dieci anni

La decima edizione si snoda tra ricordi e attualità  

Il Simposio di scultura su legno di Erto e Casso raggiunge quest’anno un traguardo importante, il decimo anno, che viene festeggiato il 14, 15 e 16 ottobre 2016 attraverso l’arte degli scultori, gli eventi culturali e letterari, l’immancabile appuntamento musicale e gli occhi puntati sull’attualità. L’ospite speciale di quest’anno è il numero 10, cifra simbolica che riunisce in sé tutti i protagonisti della manifestazione: dieci infatti sono gli scultori partecipanti; dieci sono le parole scelte per raccontare la contemporaneità e per fare da cornice tematica all’evento, assieme al valore di cui il Simposio si fa da sempre portavoce, la continuità di vita; dieci sono le lettere che compongono il termine “resilienza, che contiene idealmente l’atteggiamento positivo da assumere di fronte alla complicata realtà dei giorni nostri; e infine 10 sono gli “InCanti” della maratona di lettura Un Erto inCanto,che si svolge anche quest’anno all’interno del Simposio di Erto. Cura, tenacia, libertà, radici, amore, oppressione, violenza, paura, alienazione, abbandono: sono dieci parole che vogliono raccontare la complessità del vivere attuale al 10° Simposio di scultura su legno di Erto e Casso. Dieci parole come i dieci anni trascorsi dalla prima edizione della manifestazione, avvenuta nel 2007, che hanno visto il mondo mutare e trasformarsi incessantemente, tra crisi e guerre globali, enormi e drammatiche migrazioni, l’angoscia per il terrorismo e per le calamità naturali, le sfide dell’integrazione e della convivenza pacifica di popoli mai così vicini fisicamente e mai così divisi sul piano della coesistenza. Il decimo Simposio si tiene il 14, 15 e 16ottobre 2016 e vede la partecipazione, coerentemente con l’idea di celebrare il numero 10, di dieci scultori: Avio De Lorenzo, Corrado Clerici, Jan Corona, Italo De Gol, Marcello Nardon, Loris Pavan, Egidio Petri, Flavia Robalo, Max Solinas, Dario Stragà. I nomi di alcuni di loro non sono nuovi, in quanto sono stati fra i primi artisti dell’edizione numero uno del Simposio e che hanno accettato l’invito a calcare nuovamente la via IX ottobre, dove da venerdì 14 ottobre a domenica pomeriggio gli scultori danno vita alle loro opere, ispirati dalle dieci parole-chiave e dal valore della continuità di vita che da dieci anni sostiene le iniziative dell’Ecomuseo Vajont, organizzatore del Simposio assieme al Comune di Erto e Casso, alla Pro Loco e al Parco Naturale Dolomiti Friulane. Fra questi progetti, uno prezioso è stato senza dubbio il lavoro di recupero, revisione e stampa di una toccante raccolta di lettere che un ertano trapiantato a Brescia ha inviato alla famiglia nei giorni appena successivi alla catastrofe del Vajont. Il libro, “Ti rivedrò con gli occhi della memoria”, è il fulcro della serata culturale del Simposio e viene presentato sabato 15 ottobre alle 21.00 presso la sala convegni del Centro visite del Parco Naturale Dolomiti Friulane, dalla studiosa e scrittrice Adriana Lotto e con la partecipazione del giornalista Ferdinando Garavello. La serata viene a far parte di uno dei dieci InCanti” della maratona di lettura “Un Erto InCanto”, anch’essa legata quest’anno al numero 10 e che prevede appunto dieci incontri, fra sabato e domenica, che si aprono alla narrazione e alla lettura dedicate alla continuità di vita. Un altro di questi “InCanti”, unito al consueto appuntamento musicale del Simposio, è quello di domenica 16 ottobre alle 14.00,quando nella via IX ottobre risuona la musica intensa e insolita del duo elettroacustico Cose di famiglia, composto dai fratelli Giacomo e Mauro Da Ros e che spazia dal rock al funky, dal reggae alla musica classica. E dopo una passeggiata tra le bancarelle delle vie del centro storico di Erto, che ospita per tutta la domenica la Fiera d’Autunno, mercatino di prodotti tipici e artigianali, l’appuntamento finale è alle 16.00 nella via IX ottobre, dove gli scultori presentano le loro opere presso la sede dell’Ecomuseo Vajont. Opere che saranno donate all’Ecomuseo ma che potranno essere prestate a chiunque ne faccia richiesta: si pensa così di proporre una mostra perenne e itinerante da condividere con chiunque voglia dare spazio e visibilità all’arte e alla speranza, una forma, questa, di resilienza, un’altra parola fondamentale che racchiude tutta l’essenza del 10° Simposio di Erto e che possiede, per puro caso, proprio dieci lettere.

 

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