Frammenti di memoria, maternità e infanzia di un tempo

L’immagine di un bambino accoccolato nella gerla preparata come fosse una culla, una cesta posta sul carretto e una ninna-nanna ritmata da un cigolio di ruote su strade bianche ci danno l’idea, più di ogni altra parola, del mondo dei piccoli. Le mamme erano donne che per integrare il bilancio familiare, lasciavano il paese, a piedi, tirando un carretto carico di utensili di legno, portando anche i figli con sé.

 Noi piccoli sembravamo in un nido dentro al carretto. (Maria de Stelìn)

Ci sono figli che sono  nati in Liguria, in Valle d’Aosta, nel Trentino…

I certificati di nascita delineano la geografia delle maternità, nei fienili dove avevano chiesto ospitalità, per le strade, dentro ad un carretto.

 Io sono nata a Rivarolo Ligure perché mia mamma la girava da quelle parti. Sono nata in una stalla come Gesù Cristo a Betlemme in una mangiatoia. L’ è stata do tre giorni sulla paia e dopo mi ha messo dentro in ta la gerla e con la roba davanti andava a girar. (Maucan -  tratto da “Le ultime sedonére della Valcellina”, Anna Leo)

 

E poi davanti avevamo la cesta utilizzata per riporre la roba da vendere. Quando mi nacque la bambina c’era invece la sua cesta per metterla a dormire(Maria de Stelìn)

E in paese le donne partorivano nel campo o nel prato e subito si rimettevano al lavoro. Il parto infatti era un evento naturale, al mèl deśmentigión. La maggior parte dei bambini nasceva in casa, ma anche la stalla era un luogo privilegiato, il fiato delle mucche riscaldava l’ambiente soprattutto quando fuori il freddo pungeva. Il medico  interveniva solo in casi estremi ed il prezzo da pagare per andare in ospedale non molti se lo potevano permettere.

La placenta, la mère veniva sotterrata nella concimaia.

L’esperienza delle donne che avevano già avuto figli, era messa a disposizione delle future madri. Ricorre in particolare il ricordo di Maria de Gnan, chiamata l’angelo bianco  per la sua disponibilità, pazienza, e bravura; in lei era riposta la fiducia nel mettere al mondo i bambini. Soltanto negli anni trenta, in paese arriva la  prima levatrice, Oro Amalia, conosciuta da tutti come Giorgetta, seguita poi da Vilma Peloso, Elsa che fu sepolta nel cimitero di Erto e l’ultima, Eva Pielli. Abitava a Cimolais e aveva continuato a prendersi cura dei neonati, aiutando la puerpera la paiolàna, in casa, quando ormai i bambini nascevano in ospedale.

Era la futura mamma, insieme alle donne di casa, che confezionava il corredino composto dalle camicine da pelle, sciameśìne da pél, e dalla cuffietta in  cotone, checìna, dalle maglie, dalle calze e dal berrettino di  lana lavorata  in casa,  scartedhàda e filàda. Neppure i pannolini si compravano ma erano ricavati da pezzi di tela tagliati e cuciti.

Camicie e cuffiette rimandano all’abilità nell’arte del ricamo e nell’impreziosire il corredino con pizzi e merletti. Era consuetudine fasciare, fasè,il bambino come una piccola mummia, solo così sarebbe cresciuto dritto e sano. Tra le fasce, fàse, veniva posto un rametto d’ulivo per ingraziarsi la benedizione del cielo.

Anche le medagliette infilate in un ago di sicurezza o l’àbeth, un piccolo reliquiario, dove l’immagine del Santo o altri parti a lui appartenute erano racchiuse in due lembi di stoffa, proteggevano il piccolo.

Quando erano un po’ cresciuti, seguivano le madri a dhi a girè  e andavano a mòcoi, a carità.

Io quando ero piccola ed ero con mia madre andavo a carità. Di mattina per la colazione, a mezzogiorno per il pranzo e la sera per la cena. (Giota)

Avevo il mio sacchetto e prendevo quello che mi davano. (Maria)

A volte invece i più grandicelli accudivano i più piccoli, rimanendo presso le famiglie dove la mamma aveva chiesto ospitalità, con la raccomandazione di aiutare i contadini nei loro lavori.

 Io che ero più grande, rimanevo dai contadini a badare ai miei fratelli, la mamma tornava la sera, mio papà invece rimaneva via anche quattro o cinque giorni. Faceva giri lontani.

 Nel loro girovagare trovavano persone solidali che offrivano anche del vestiario.

 Non avertene a male, è con gli stracci che si allevano i bambini. (Giota)

La maternità portava con sé riti e superstizioni.

La donna incinta, per non rischiare il soffocamento del bambino non doveva portare collane o legarsi cinture in vita.

Il rituale della bucatura dell’uovo con un ago da calza favoriva la rottura delle acque e quindi, secondo la credenza, accelerava il parto.

Non si poteva toccare la terra per non rischiare di perdere il latte.

La mamma non poteva pasè le straśégne cioè uscire di casa se non dopo aver ricevuto una speciale benedizione. Questo rito era chiamato dhi a dìaśa. Avviatasi verso la chiesa con una candela accesa non poteva voltarsi indietro perché sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto al neonato. Il parroco l’attendeva sulla porta, le offriva la stola e l’accompagnava all’altare della Madonna. Purificata, la donna era poi degna di assistere alla Santa Messa. In quest’occasione si elargiva un’offerta in denaro per la chiesa.

Sant’Antonio era uno dei Santi a cui affidare i propri bisogni e porre la speranza in un miracolo.

La devozione ai Santi trova la massima espressione nei bambini vestiti da frate.

La madre dopo la morte di più figli, si recava a Padova con l’ultimo nato e faceva un voto a Sant’Antonio per invocarne la protezione: per tredici mesi e tredici giorni, il piccolo avrebbe indossato il saio. Questo rito lo ritroviamo anche in seguito alla guarigione da una brutta malattia di bambini più grandicelli: in questo caso, il sacrificio di portare il saio richiedeva tempi più lunghi.

La culla, la cuna, rispecchiava la creatività di nonni o di papà, quindi poteva essere più o meno povera, più o meno semplice e decorata; la sostituiva la cesta, la thésta, in vimine. Entrambe avevano al paión il tipico materassino costituito da una tela  o da un sacco di iuta, riempiti di brattee, foglie di granoturco, le fuiòle, conservate nel momento della pulitura delle pannocchie per poi passare alla sgranatura.

La mamma cullava,  la sàsava o la cunàva, la nanàva, il piccolo, cantando la ninna nanna:

Nina nana bél pupìn

che tó mamma l’ é dhùda al molìn.

La te porta un petutìn

tó t’al mange bél solìn.

Allattavano, le tetàva, i neonati donando il latte anche ad altri bambini, nel caso le loro mamme non ne avessero; il latte di capra poteva sostituire quello materno.

Per le infezioni al seno, un sacchetto pieno di fiorìn (rimasugli di fieno rimasti sul fienile) imbevuto d’acqua calda, portava sollievo e risanava le ferite.

Il brodo di gallina aiutava la mamma a riprendersi in fretta e ad avere latte sufficiente per il figlio.

La prima pappa invece era la sópa, preparata facendo bollire acqua, pane, olio e burro.

Il ciuccio era confezionato con uno straccetto legato a mo’ di caramella  riempito di zucchero o miele e burro.

Nello spaségio muoveva i primi passi, sostituito nel tempo dal girél in legno e con le ruote. Man mano che cresceva, il bambino calzava i scufóns e poi le sue prime scarpe: le dàmede con la suola di legno e la tomaia in cuoio.

Il rito del battesimo, celebrato entro otto giorni dalla nascita, prevedeva la presenza dei sèntoi, i padrini e le madrine che portavano in chiesa il neonato e si ricordavano ogni anno primo dell’anno del loro figlioccio,  recandosi in casa con un dono: la bòna man.

La mortalità infantile era elevata a causa della mancanza di medicine adeguate per combattere le infezioni e i neonati che non avevano ricevuto il battesimo trovavano sepoltura nel limbo, un piccolo giardino che si apriva lungo il perimetro del cimitero.

Il primo ad essere battezzato dopo la Pasqua doveva regalare un capretto al sacerdote.

Nella scelta del nome c’era l’usanza di resólì, cioè di dare al nascituro il nome dei nonni oppure si ricorreva al nome di qualcheSanto che lo avrebbe protetto.

Un astuccio di legno, la mollica di pane per cancellare, la penna col pennino, una cartella di stracci e sotto il braccio un legnetto per contribuire a riscaldare l’aula ed il bambino andava a scuola. Frequenze saltuarie poiché in primavera avvenivano le partenze, iniziava la stagione delle vendite con il carretto, ed i bambini seguivano le loro mamme.

 Io ho frequentato poco la scuola. Quando ero in paese, mi mandavano a scuola, frequentavo la prima e in primavera mia madre ripartiva, non aspettava la fine, così nel novembre successivo ero di nuovo nella stessa classe. (Maria de Stelìn)

 In qualche caso i bambini frequentavano la scuola nei paesi dove i genitori si fermavano a  lungo a vendere.

 

Thìa de Pinco, Maria de Caporàl, Magaréta de l’Alba hanno tramandato nel tempo una preghiera:

Signèur benedét

se méi dat al bondì

dìme àign la bòna nùat,

a mi, a mi óma, a duta la me dhèint

e a duis i cristiàns dal mónt.

Idio g’é déa la pès

ai vif e ai pòre mòrth,

chi posa pregè par nós e nós par lèur.

 

Fonti:
Dal giornalino scolastico Atti. Integrative 1985 – 1986
Dalle interviste di Fulvia De Damiani
Dal Gruppo vocabolario della Biblioteca Civica di Erto e Casso
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